L’Anello debole di Angelica Grivel Serra racconta di una famiglia che si sgretola davanti alle più misere questioni, nel momento in cui la morte svela il nulla sul quale si sono costruiti gli affetti. Una situazione molto più comune di quanto si possa immaginare, e che trova il varco di salvezza in ciò che è quasi scarto. Perché è nella “mancanza” che la verità, intesa alla vecchia maniera dei greci, e cioè il buono e il bello, emergono. Grivel Serra l’ha percepito, questo circuito di morte e salvezza, e l’ha raccontato nel suo secondo romanzo edito per HarperCollins. Venticinque anni appena, colpisce per essere una vera e propria “custode del linguaggio”. Il mondo corre, il vocabolario si impoverisce, ma lei come un’attenta osservatrice della complessità delle parole, delle loro sfumature e della loro unicità, le acchiappa e le modella su discorsi che salva puntualmente dal banale delle narrazioni.

Da dove nasce questa esigenza di proteggere e valorizzare la ricchezza della nostra lingua?

Credo di poter dire di avere una venerazione vera nei confronti della lingua italiana; la vivo come un culto. Sono stata cresciuta con l’idea che la nostra lingua sia un ecosistema floridissimo, come a far esplodere una giungla. Il mio timore è che forse stiamo disboscando quella giungla in favore di una progressiva desertificazione linguistica e sintattica, senza ancora capire che invece la parola ha uno straordinario statuto creativo, di nascita e di generazione. E scegliere le parole è in sé già un atto di potere formidabile: più ne abbiamo in tasca, più sapremo tradurre i concetti e dar loro, forse, vita giusta.

L’anello debole descrive il teatro famigliare con il quale Claudio Raccis fa i conti. Cosa vuoi trasmettere con questa storia?

Vorrei che ciò che scrivo resistesse, che avesse un’identità, nell’intima unione tra storia e forma, tra impalcatura scrittoria e trama, a comporne l’impronta digitale. È un romanzo, questo mio nuovo, dalla gestazione lunghissima, di cinque anni; la proiezione in scrittura di una somma di giorni, una porzione di realtà, nell’intreccio quotidiano di dolori importanti e inciampi di gioia, paure e rinnovato coraggio. Vorrei che sapesse di casa. Come a dire: “qui, io ci sono già stato. Mi ci ritrovo. Lo capisco.” E che, in virtù di ciò, sappia ferire e consolare.

C’è una parola poco conosciuta, quasi segreta, che ti “gironzola dentro”?

Una che ultimamente pare orfana di senso, quando invece ha in sé il peso del mondo: dignità. Nell’accezione di “portare le proprie croci”, con coraggio, mento in su, tentando di non infliggerne al prossimo. Tra le mie d’elezione, per musicalità del suono e il concetto di cui è bandiera: gratitudine.
Una poco conosciuta, quasi segreta, Elettezza. Qualcuno, una volta, generosamente me l’associò. E da allora è rimasta lì: una delle mie parole-scrigno.

Nel tuo percorso formativo hai avuto accanto Michela Murgia. Cosa le devi e cosa, invece, senti essere solo e profondamente tuo?

Michela: un tragitto dirimente nella mia vita. Mi scelse come fill’e anima femmina, e sono rimasta l’unica nel bosco di maschi che adottò, quando non ero ancora nemmeno maggiorenne, e per circa quattro anni abbiamo continuato a sceglierci.
Di lei serbo mille frammenti. Una delle sue lezioni memento, per me: “La tua forza non saranno mai le cerchie degli altri scrittori, i cenacoli o gli addetti ai lavori, ma solo i lettori e le lettrici: dovrai mettere la tua scrittura al sicuro nelle librerie”. Quanto a me, trattengo l’urgenza di curare il giardino dello scrivere, alla ricerca della padronanza di uno stile: il mio.

Credi siano utili “i maestri”?

I maestri sono pilastri, gangli, ancoraggi. E la sorpresa è scoprirli senza aspettarli, designarli o precettarli: il più delle volte giungono inattesi, stelle polari che svegliano la testa, a indicare la via, a spiegare con un gesto cosa non fare.

L’anno prossimo ricorreranno i cento anni dal Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda. Quanta Deledda c’è in te e che cosa, secondo te, ha lasciato e lascia ancora alle donne sarde?

Grazia Deledda è immancabilmente nella cartografia dei miei maestri. E m’insegna a fidarmi dell’amore di chi mi legge. A insistere, e soprattutto resistere, di fronte a chi tenta, in opera di gran dissuasione, di tagliarmi l’erba sotto i piedi, quando reitero la volontà di fare della scrittura la mia vita.
Ed è da Grazia Deledda che imparo che la letteratura è fede, che la sacralità della vita insegue quella della parola, e che se il mondo lo hai dentro te non hai bisogno di esotismo per scrivere. Si può essere cosmopoliti, sì. Ma solo sino a un certo punto.
Noi sardi nello specifico, poi, che parliamo l’italiano tendendo a rispettarlo, abbiamo dentro un’altra lingua, un fiume segreto, carsico, che esonda nel silenzio.

Oggi molti autori utilizzano l’intelligenza artificiale come supporto alla scrittura: che cosa provoca in te questo fenomeno?

Come per tutte le cose, dipende in modo essenziale dall’uso che se ne fa. Cosa si intende per supporto? È in accezione tecnica, come stampella nella revisione del testo?
O invece è nel senso di slancio d’ispirazione, di assistenza nella codifica delle idee? Sono convinta che qualsiasi forma d’arte possa fortunatamente reputarsi, per ora, salva. Perché l’IA non ha coscienza.
Non pensa: calcola. Reitera schemi, a volte s’incastra in tranelli. Soprattutto, non ha ironia. E gli algoritmi non potranno regnare sinché ci saranno le persone.