di Virginia Saba

C’è una scultura molto bella che ci introduce a questa chiacchierata. Il Discobolo, creato da Mirone tra il 460 e il 450 a.C., riprende quel quattordicesimo di secondo in cui il lanciatore del disco trasforma tutta la sua energia in azione. L’artista andava allo stadio e teneva gli occhi chiusi per immaginare quell’attimo impercettibile all’occhio umano. Questa storia è un po’ la morale della nostra vita. Tutti dovremmo cogliere quel momento magico in cui realizziamo tutto ciò che siamo, con tutta la nostra forza, il nostro sapere, la nostra volontà: pensiero in azione. Non è semplice, perché la vita è piena di dolori e sofferenze e spesso ci distoglie dagli obiettivi. Ma non bisogna mai dimenticare che ognuno di noi ha il suo beruf, e cioè la sua missione, la sua vocazione.

È la parola magica, tedesca, che il professor Sabino Cassese, giurista, professore, ex capo legislativo dell’Eni sotto la guida di Enrico Mattei, ministro per la Funzione pubblica nel governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale, ci regala per spiegarci cosa vuole trasmettere ai suoi allievi – notare bene, allievi e non studenti. Più che un professore, più che un intellettuale e punto di riferimento della cultura italiana, oltreché dell’intero sistema giuridico, è soprattutto un maestro, e come tale ha avuto centinaia di persone che hanno avuto la fortuna di formarsi con lui.

Ci spiega il senso di “beruf”?

È la parola che utilizzò Lutero nella sua traduzione della Bibbia e che, come ricorda il mio amico Adriano Prosperi nella sua opera dedicata al teologo della Riforma, indica proprio il concetto di missione da compiere. La scienza e la politica ad esempio sono, secondo il sociologo Max Weber, le prime nostre missioni. E anche se “beruf” ha un origine giuridica e amministrativa, significa per lo più “vocazione”, come quella di San Paolo che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi.

Paolo diventa San Paolo perché si trasforma esattamente in ciò che ha sperimentato. Diventa La Parola, diventa la fede, azione concreta: è come il Discobolo di Mirone. Come trasmette questo insegnamento?

Non “trasmettere” è la questione, ma spingere a fare qualcosa, interrogarsi e trovare risposte. Una volta si diceva che l’insegnamento non è solo insegnare, ma anche delectare e movere: cioè interessare qualcuno, ma anche muoverlo, spingerlo a fare qualcosa. Io penso che questo sia il compito di una persona che, come me, ha fatto per tutta la vita lo studioso e l’insegnante.

Ma esiste ancora la figura vera del maestro?

E questa è una bella domanda. Intanto esiste, ma non viene più chiamato maestro: viene chiamato mentore. Anzi, in inglese gli americani dicono addirittura – lo verbalizzano –  mentoring. Ho una collega francese molto brava, Françoise Waquet, che ha scritto un bellissimo libro sulle genealogie intellettuali, e quindi sul rapporto tra il mentore e gli allievi, che è intitolato Les enfants de Socrate: filiation intellectuelle et transmission du savoir, cioè i figli di Socrate, diciamo così.

E lei quanti “figli” dell’intelletto ha avuto?

Un centinaio, credo.

Non tutti purtroppo cercano di capire la propria missione, ma tutti cercano un metodo per trovare felicità. Penso agli stoici, che si estraniavano dalle passioni, o ai pitagorici, che passeggiavano ogni mattina. Lei ha una ricetta anche per questo?

Il fatto è che se una persona riesce ad avere per mestiere la propria passione, la felicità non è un momento, ma tutto il tempo. Io faccio il lavoro che amo, per cui lavoro in letizia.

Descartes scriveva che – leggo – la differenza tra le anime più grandi e quelle vili e volgari consiste nel fatto che le anime volgari sono felici o infelici soltanto per effetto delle cose che capitano, che possono essere piacevoli o sgradevoli, mentre le altre, le anime più grandi, fanno ragionamenti così forti e potenti che, benché abbiano anche delle passioni (…) la loro ragione rimane tuttavia sempre la padrona e fa in modo che anche le affezioni servano loro e conseguano la perfetta felicità di cui esse godono in questa vita.

È un obiettivo quasi irraggiungibile tenere sotto il controllo della ragione le proprie passioni, però non c’è dubbio che questo sia il fattore principale di felicità, anche se questa domanda dovremmo rivolgerla al mio amico Emanuele Felice, che ha scritto Una storia economica della felicità qualche anno fa e che sulla felicità sa tutto. Ma tenga presente che l’obiettivo della felicità è scritto persino nei primi articoli della Costituzione americana: bisogna assicurare la libertà e anche happiness, la felicità. Quindi anche le costituzioni, cioè le cose che io ho studiato per tutta la vita, mirano ad assicurare la felicità.

Se dovesse scegliere un libro?

Probabilmente un libro pubblicato dopo la Prima guerra mondiale, credo che sia del 1924. Il titolo tedesco è Der Zauberberg, però è stato tradotto in italiano per lungo tempo con Montagna incantata, mentre da ultimo è stato pubblicato nei Meridiani Mondadori con il titolo La montagna magica, che è la traduzione corretta. È una storia semplice: un giovane tedesco, Hans Castorp, malato di tubercolosi –  una delle malattie per cui si moriva a quell’epoca –  si reca in un sanatorio. In questo sanatorio incontra diversi personaggi: un italiano, Lodovico Settembrini, di orientamento democratico; un gesuita, Leo Naphta; un personaggio carismatico chiamato Mynheer Peeperkorn; e una donna, Clavdia Chauchat. In un piccolo sanatorio del mondo di quell’epoca si incontrano le grandi tendenze ideali che, nel mondo della politica e della cultura, si affermeranno nel corso del Novecento, insomma. Il libro finisce quando comincia la Prima guerra mondiale, in realtà sono le ultime due pagine, e da lontano lui vede il campo di battaglia.

E dunque illuminismo, autoritarismo, vitalismo, eros. Al di là del fatto che lei prova “letizia” nel fare il suo lavoro, nell’essere, mi permetto di dire, Sabino Cassese, c’è un dipinto, un’opera d’arte, che contribuiscono a questo suo stato?

Se dovessi dire proprio un quadro, uno che quando l’ho visto –  l’ho visto una volta sola – e che non si vede più nemmeno su internet, perché credo che in questo momento sia in una collezione svizzera –  viene da una collezione americana ed è stato dipinto da un pittore italiano. Si dice solo il nome, non il cognome, perché lui firmava così: Afro, il cui cognome era Basaldella. Era uno di tre fratelli, tutti e tre bravi artisti, uno dei quali scultore. Lui ha vissuto sostanzialmente nella prima metà del Novecento ed è stato per un periodo anche in America, dove è stato molto apprezzato, ci sono diversi suoi dipinti lì. E il quadro specifico a cui penso, quello che mi ha colpito particolarmente, si intitola “Pietra Serena”.

Cos’è la Pietra Serena?

È un tipo di pietra, tra il grigio e un azzurrino chiaro. Ecco, questo quadro è bellissimo. Guardi, è stato esposto una volta alla Galleria d’arte moderna di Roma, ma proviene da sempre da una collezione privata. Io l’ho visto negli anni Cinquanta, all’inizio degli anni Sessanta. Pietra Serena, ricordi, Pietra Serena.

E invece con quale musica si rilassa, professore?

Johann Sebastian Bach, ovviamente. L’Offerta musicale (Musikalisches Opfer), BWV 1079.

Lei è anche un esperto ed appassionato delle Variazioni Goldberg del compositore di Eisenach. Perché questa musica è così speciale?

Goethe dice che sono un dialogo di Dio con se stesso. Io penso che più che variazioni siano Veränderungen, Metamorfosi, come quelle di Ovidio. Su un unico tema musicale si può costruire all’infinito. Ci pensa?

Come in Leon Battista Alberti, copia et varietas. Come in La città ideale

Esattamente come hanno fatto tanti scrittori. Penso a Thomas Mann in Giuseppe e i suoi fratelli che prendendo spunto dalla Bibbia inventa ciò che non c’è scritto. Anche il Faust di Mann si costruisce su quello di Goethe. È sempre lo stesso meccanismo, si prende un tema e si costruisce sopra.

E poi Bach è il primo grande melodico nella musica. Quando ha scritto il Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo, è esattamente il contrario dello stereotipo. Ha presente il suo ritratto così austero? Lo fece fare perché doveva iscriversi a un’associazione fondata da un suo ex allievo, Mizler, una società di artisti, matematici e filosofi. In quel ritratto sembra un parruccone, rigido, quasi accademico. Ma in realtà, mi lasci dire, è melodico.

Dunque perché ascoltare le Goldberg?

Sono una sintesi di tutta la storia della musica. Anche del futuro che lui non visse. Bach era avanti. E pensava che la musica avesse una funzione precisa. Era il suo “beruf”, dare agli altri il meglio che aveva compreso.

Ci dice un luogo che le è rimasto dentro?

A un certo punto della vita ne ho visti tanti, ma diciamo un posto nel quale ho vissuto e che mi piace molto, e nel quale sono andato in anni lontani più volte, soggiornandovi è la California, la California a sud di San Francisco, diciamo Stanford. Sono stato lì a insegnare, a fare studi e così via, ed è un bel posto, insomma, ecco.

Possiamo chiudere con una poesia?

Guardi, una volta ho avuto una richiesta quasi simile e ho dato questa risposta. Sono otto versi di un poeta tedesco dell’inizio dell’Ottocento, Heinrich Heine. E la cosa interessante è che quegli otto versi sono stati messi in musica da Schumann. Il titolo della prima riga è Im wunderschönen Monat Mai, ovvero “nel meraviglioso mese di maggio”. Cosa vuole più di così?