Nel nostro tempo iper-tecnologico, frammentato e accelerato, l’essere umano vive una condizione paradossale: mai come oggi possiede strumenti per controllare l’ambiente, eppure mai come oggi appare disconnesso dal proprio corpo, dal proprio sentire e dai ritmi fondamentali della vita. In questo scenario si inserisce il rewilding esistenziale di Damiano Tullio, antropologo, alpinista, insegnante di yoga, guida Federtrek ma soprattutto specializzato in Eco Antropologia Esistenziale e Forest Therapy. Il suo percorso prevede un ritorno a un passato idealizzato per un processo evolutivo consapevole, capace di ristabilire un dialogo profondo tra individuo, corpo ed ecosistema. Il rewilding esistenziale, che fa parte di un ampio panorama formativo ed esperienziale di Antropostudio, fondato da Damiano Tullio tredici anni fa, non riguarda soltanto la natura esterna, ma soprattutto la riattivazione della nostra natura interna, quella dimensione istintiva, sensoriale, percettiva e archetipale che l’addomesticamento culturale ha progressivamente silenziato. Tornare “selvatici” significa, in questo senso, tornare integri.
Le ricerche degli ultimi decenni confermano ciò che molte culture tradizionali hanno sempre saputo: il contatto diretto con gli ambienti naturali produce benefici misurabili sul corpo umano. Come “curarci”?
La terapia forestale (shinrin-yoku) mostra una riduzione significativa dei livelli di cortisolo, un miglioramento della variabilità cardiaca, un rafforzamento del sistema immunitario e una modulazione positiva dello stato emotivo. Una parte centrale di questi benefici deriva dai terpeni e dai fitocomplessi aromatici emessi dagli alberi. Queste molecole volatili, inalate durante la permanenza nei boschi, interagiscono con il sistema limbico e neuroendocrino, stimolando l’attività delle cellule NK e favorendo un riequilibrio neurochimico generale. Il bosco, in questo senso, non è uno sfondo passivo, ma un sistema biochimico relazionale, in dialogo costante con l’organismo umano.
Il rewilding esistenziale introduce un concetto chiave: quello di ecosomaticità. Cosa significa?
Il corpo non è un’entità separata dall’ambiente, ma un organo di relazione. Camminare in un contesto naturale complesso come la montagna implica un continuo adattamento posturale, respiratorio e percettivo che riattiva schemi motori arcaici profondamente radicati nel nostro sistema nervoso.
Schemi derivanti dal nostro passato di cacciatori e raccoglitori del neolitico.
Il contatto con terreni irregolari, il cambio di ritmo, l’esposizione agli elementi, riattivano una forma di intelligenza corporea che la vita urbana tende a sopire. Questa riattivazione ha effetti diretti sulla regolazione emotiva, sulla presenza mentale e sul senso di radicamento, favorendo una percezione di sé più stabile e incarnata.
Il cammino non è visto come una prestazione o conquista, ma atto di presenza. In che modo?
Il passo che si accorda al respiro, la fatica che insegna il limite, il silenzio che emerge lontano dal rumore costante della civiltà, creano uno spazio interiore di ascolto profondo. Camminare in ambienti selvaggi diventa una pratica iniziatica laica, in cui l’individuo attraversa simbolicamente soglie interiori. Il paesaggio esterno risuona con quello psichico, e il movimento nello spazio si trasforma in movimento di coscienza.
Accanto al movimento, cosa serve?
La contemplazione. L’osservazione silenziosa della natura un albero, una parete rocciosa, il fluire dell’acqua, il mutare della luce, diventa un atto profondamente meditativo quando è sostenuta da una presenza corporea piena.
In questo stato in attività più o meno estreme, ogni respiro diventa meditazione, ogni passo una forma di attenzione incarnata. L’esperienza richiama le pratiche degli anacoreti e degli eremiti, che nella solitudine dei boschi e delle montagne non cercavano evasione, ma un ritorno all’essenziale. La natura selvaggia era per loro un testo vivente, il silenzio un maestro, il corpo una soglia.
L’attenzione al respiro, al contatto con il suolo, ai suoni e ai ritmi naturali cosa genera nell’uomo?
Uno stato di coscienza in cui la separazione tra soggetto e ambiente si attenua. È qui che emerge una spinta psichica che non si orienta soltanto verso l’immanente, il fare, il controllare, il produrre ma che si apre al trascendente, inteso come esperienza di appartenenza a un ordine più ampio della vita.
Un elemento distintivo dell’approccio da lei sviluppato all’interno di Antropostudio è il lavoro con gli animali, domestici e selvaggi (osservazione etologica di lupi, orsi e cervi per esempio) , soprattutto con il cavallo, inteso non come strumento, ma come partner relazionale. Perché?
Dal punto di vista neurologico, la relazione con il cavallo attiva una co-regolazione interspecie. Il cavallo, animale preda dotato di un sistema nervoso estremamente sensibile, entra in risonanza con lo stato emotivo e corporeo dell’essere umano. Questo scambio favorisce una regolazione reciproca del sistema nervoso autonomo, incidendo su respiro, tono muscolare e stati emotivi.
A ciò si aggiunge una dimensione meno visibile ma scientificamente rilevante: il contatto con il cavallo e con l’ambiente naturale favorisce l’esposizione a microrganismi benefici, tra cui il Mycobacterium vaccae, un batterio del suolo associato a un aumento della serotonina e a effetti antidepressivi naturali. La relazione interspecie diventa così anche un dialogo biochimico, capace di sostenere il benessere psicofisico. Sul piano simbolico e archetipale, il cavallo incarna la forza vitale, l’energia istintiva, il movimento autentico. Incontrarlo significa confrontarsi con la propria coerenza interna: il cavallo risponde a ciò che siamo, non a ciò che mostriamo.
Il rewilding esistenziale propone una fuga dalla società?
No, una trasformazione. È un percorso di individuazione che integra corpo, psiche, ambiente e simbolo, restituendo all’essere umano una percezione di sé più radicata, responsabile e sensibile. Recuperare il contatto con il selvaggio significa sviluppare una intelligenza ecologica, capace di riconoscere i limiti, di cooperare con i sistemi viventi e di abitare il mondo con maggiore consapevolezza. Tornare al corpo per tornare al futuro. “Rinselvatichirsi” oggi non significa regredire, ma evolvere. Significa tornare al corpo come luogo di conoscenza, alla natura come alleata, alla relazione come spazio trasformativo. Tornare selvatici, in definitiva, è tornare umani.
Come iniziare il percorso nel Rewilding?
Oggi è possibile accedere ai diversi programmi formativi ed esperienziali di Rewilding Esistenziale in diverse modalità, fra cui numerosi Team Buildings, Retreats di più giorni nelle aree protette dei nostri Appennini e delle Alpi, partecipare a corsi ed incontri in natura ma anche seminari formativi in città, oppure nel magico parco di Veio dove Antropostudio organizza i suoi corsi formativi Hippeus con i suoi cavalli. Ad oggi il Rewilding Esistenziale è inoltre inserito nei protocolli di terapie integrate ufficialmente riconosciute dal Sistema Sanitario Nazionale, utilizzati soprattutto all’interno del panorama della salute mentale.
Il motto di Antropostudio?
Rewind your Mind. Remind you’re Wild Ricorda che la natura è la tua casa ed è da li che provieni.



































