Jacques Lacan

Era forse poco comprensibile, scriveva in modo complesso, ma è stato geniale. Dentro il suo pensiero c’era la filosofia, la geometria, la fisica, la matematica e soprattutto la psicologia. Partì dal quesito di Freud secondo il quale non sappiamo neppure chi sia il nostro “Io”. O meglio: il nostro pensiero non coincide con l’essere, come invece diceva Cartesio. Chi è dunque l’io? Per Lacan siamo qualcosa che ci sfugge. Inafferrabili. Follia vera è quella di colui che crede di essere qualcuno. Folli sono i re. Chiunque soffra di questa presunzione. Diceva che siamo più che altro delle cipolle: fatti di strati, uno sopra l’altro, della nostra storia e delle nostre vicende, niente di più. Una massa confusa e poco chiara. Destinati dunque a restare una maschera per tutta la vita, pronti però a cullarci del nostro narcisismo, ovvero della convinzione di essere qualcuno. E se non riusciamo in questo spesso diventiamo  aggressivi: colpiamo  l’altro perché rappresenta ciò che non possiamo essere. La nostra parte più interessante? Sicuramente l’inconscio, che per Lacan non è irrazionale, bensì una ragione che manifesta una verità profonda. Quale?  I nostri desideri. E siamo arrivati a capo di tutto. Perché sono proprio i desideri il motore della vita. Desideriamo essenzialmente di essere desiderati. Di essere dei perfetti e brillanti. E ci impegniamo in questo come i bambini fanno davanti agli occhi delle madri. Siamo buffi, ma teneri.

Perché per Lacan la nostra esistenza dipende dall’altro. Che amiamo e odiamo allo stesso tempo perché alla fine siamo solo il risultato del suo amore e dalle sue attenzioni.

Vi.Sa.