Michele Filippelli, professore universitario e studioso di diritto, nel suo saggio Sovranità in crisi affronta uno dei nodi più urgenti del nostro tempo: il rapporto tra intelligenza artificiale, potere e libertà. In un contesto in cui le decisioni si spostano sempre più verso sistemi automatizzati, la sovranità non è più solo una questione statale, ma un terreno conteso tra uomini, algoritmi e piattaforme. Con lui proviamo a capire cosa sta cambiando e, quale spazio resta alla decisione umana.
Nel suo libro, Sovranità in crisi: intelligenza artificiale e controllo delle coscienze, lei descrive un passaggio da una sovranità statale a una sovranità frammentata tra Stati, piattaforme e algoritmi: siamo già dentro questo nuovo equilibrio o siamo ancora in una fase di transizione?
L’epoca in corso vive una nuova età tecnologica, la quarta per l’esattezza, le cui inedite e sconosciute potenzialità mettono in crisi le certezze costruite nel tempo, compresa la sovranità.
Quest’ultima, insieme ai consociati (il popolo) e al luogo in cui essi vivono (il territorio), forma, dalla fine degli ordinamenti medievali, il trinomio degli elementi essenziali dello Stato moderno. Il presente, però, rivela come questi abbiano perso il loro smalto, non manifestando più aspetti granitici, ma, piuttosto, mostrando le crepe di una evidente fragilità.
Tutto ciò provoca incertezza e suscita interrogativi, specialmente quando si equiparano la sovranità alla tecnologia, il territorio al cyberspazio, il popolo all’utenza.
Una realtà nei fatti già esistente che si traduce nell’incapacità di anticipare, disciplinare e governare l’irrefrenabile ascesa dell’intelligenza artificiale generativa nella quotidianità della vita.
Se davvero l’algoritmo può diventare una nuova forma di sovrano, quale ruolo resta alla responsabilità umana e chi risponde, in ultima istanza, delle decisioni prese dalle macchine?
L’algoritmo non è destinato a diventare una nuova forma di sovrano, ma, al contrario, aiuterà l’uomo a evolvere le sue scienze, a partire da quelle giuridiche, fondamentali per la pacifica convivenza umana, oggi visibilmente messa a dura prova. Il compito delle persone e delle istituzioni è, però, comprendere che le macchine devono essere educate, cioè addestrate, allenate e costantemente testate; soltanto successivamente potranno essere orientate o indirizzate per potenziare e migliorare le performance. Esperienze decisionali robotiche sono già presenti in diversi luoghi del mondo e il numero delle sperimentazioni è in crescita. Il sentiero, pertanto, sembra tracciato, è solo una questione di tempo, ciò che non è in discussione è il rigido controllo della macchina che spetterà sempre alla figura umana.
Quindi lei pensa che non dovremmo sentirci in competizione con le macchine; nessuno perderà il posto di lavoro insomma?
Il rapporto uomo-AI è di collaborazione, proiettato verso la fusione del positivismo umano con le abilità sovrumane della macchina. Questo evento, oltre a essere un grande passo in avanti del lungo percorso evolutivo della nostra specie, è già foriero di nuove professioni, anche nel mondo giuridico. Il cyberspazio di ricerca scientifica, GiuriMatriX Research (ndr di cui Filippelli è il direttore), ha creato, sviluppato e formato un gruppo di lawyers trainers, cioè giuristi esperti incaricati di allenare e testare ro-bot specializzati in distinte branche del diritto.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo saggio proprio adesso? C’è stato un momento, un caso o un segnale preciso che le ha fatto capire che questo tema non era più rimandabile?
Lo studio ultradecennale della giurimetria, della giustizia predittiva e della tecnologia applicata al diritto ha stimolato la volontà di scrivere un saggio che raccoglie le esperienze vissute negli anni, i risultati raggiunti, le riflessioni sviluppate, le considerazioni prospettiche e una personale teoria (ndr teoria generale del riordinamento giuridico) finalizzata al superamento dell’attrito regola-tecnica attraverso la ridisegnazione di nuovi sistemi giuridici avanzati.
Spesso i meccanismi della psiche umana sono imprevedibili, inducono la persona a fidarsi di chiunque offra risposte gradite, anche di un robot.
La perseverazione di questa condotta rischia di provocare in chi la esercita uno stato ipnotico che influenza impercettibilmente le decisioni assunte.
Per tali e tanti altri motivi reputo fondamentale la corretta comunicazione che può manifestarsi in diversi modi, dalla elaborazione e presentazione di progetti di ricerca scientifica all’Ateneo di appartenenza (ndr Università Ecampus) alla divulgazione editoriale (ndr nel caso di specie Armando Curcio editore).
In un mondo dove la sovranità è in crisi, l’intelligenza artificiale avanza e il controllo delle coscienze è in atto, serve un messaggio per disinnescare le erronee convinzioni e far sorgere almeno un dubbio che, come insegna Cartesio, rappresenta l’inizio della conoscenza.
Pubblicare è anche una scelta di sguardo: nel suo caso, con Armando Curcio Editore. Oggi un editore migliora un libro o lo rende semplicemente più pubblicabile?
Avere un editore solido e con una longeva esperienza agevola la riuscita di un progetto editoriale.
Nel caso di Sovranità in crisi ringrazio Armando Curcio editore che rappresenta, da cento anni, uno dei pilastri dell’editoria italiana, capace di estendere la sua missione culturale anche alla formazione accademica, divenendo nel tempo istituto universitario.



































