di Virginia Saba
Ogni notte Dag Hammarskjöld, primo segretario generale dell’Onu, tornava sulle azioni e parole pronunciate durante il giorno, sottoponendosi a un esame di coscienza e alle riflessioni di antichi maestri.
Era un esercizio spirituale, ma anche un metodo politico.
Perché chi rappresenta gli interessi della comunità non può permettersi la leggerezza di parlare per se stesso.
Fu lui a volere, nel cuore del Palazzo di Vetro, la Meditation Room: uno spazio essenziale, silenzioso, pensato perché chiunque vi entrasse potesse ricordare che la diplomazia non è mai semplice tecnica del compromesso, ma responsabilità verso l’intera comunità internazionale.
Ci siamo domandati cosa resti oggi di questa arte necessaria del mondo, dal momento in cui sembra in mano ai folli.
Aggettivo che da questo momento in poi sarà messo a bando in nome di uno spazio neutro necessario quando si tratta di capire le ragioni disinnescando ogni scontro. Questo è lo spazio nel quale ci muoviamo con l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente di Mundys, diplomatico di lungo corso, già segretario generale della Farnesina e direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza.
Massolo parla senza slogan, senza tifoserie, con quella forma di imparzialità evidente che non equivale a neutralità morale, ma a capacità di sciogliere i nodi senza necessariamente giudicarli.
Che cos’è oggi la diplomazia?
Prima di tutto conoscenza. Significa arrivare a un negoziato o a una mediazione avendo studiato i dossier, conoscendo gli sviluppi sul campo e capendo davvero l’interlocutore. Serve pazienza. Serve informazione. E serve la capacità di distinguere ciò che è possibile da ciò che è solo desiderabile.
Come sono, da questo punto di vista, le grandi scuole diplomatiche del mondo?
Le diplomazie europee restano ancora molto solide. Sono in costante contatto tra loro e riescono, nonostante la perdita di velocità complessiva dell’Europa, a garantire ai propri governi qualche vantaggio comparativo. Quella americana è una diplomazia di potenza. Quella russa ha una tradizione antica, ma unisce potenza e ideologia. Quella iraniana è maestra nel negoziato infinito: avviluppa l’interlocutore in difficoltà, cavilli e tempi lunghi, così da contenere i danni pur partendo da una posizione più debole. I cinesi, invece, giocano sui tempi lunghi. Accompagnano gli eventi, aspettano, osservano. Hanno tempo.
I più difficili?
Russi e iraniani. È molto difficile avere la meglio con loro.
Perché con Putin e con la Russia il negoziato appare così complicato, quasi impossibile?
Perché bisogna partire dall’origine del conflitto. Putin invade l’Ucraina perché vuole ricostituire una Russia potente, idealmente imperiale. Si comporta come se la Russia non avesse perso la Guerra Fredda. Qui non siamo davanti soltanto a una disputa territoriale. C’è una carica ideologica, un senso di missione storica, una rivalsa nei confronti dell’Occidente, percepito come responsabile dell’umiliazione russa dopo la caduta del Muro di Berlino. Il nodo è questo: l’Ucraina deve appartenere all’Occidente, essere armata e garantita contro nuove invasioni, oppure deve restare uno Stato neutrale, con capacità militari limitate, una sorta di cuscinetto tra Russia e Occidente? Per noi europei questa domanda riguarda direttamente la sicurezza del continente.
Esiste uno spazio possibile di compromesso?
Si può cercare di costruire un pacchetto negoziale accettabile. Ma dovrebbe contenere almeno quattro elementi. Putin deve poter presentare qualcosa alla propria opinione pubblica come una vittoria; ci sarà probabilmente un compromesso territoriale; questo compromesso non dovrà compromettere la sicurezza futura dell’Ucraina; serviranno garanzie solide, europee ma soprattutto americane, perché una nuova invasione non sia più possibile.
Che libro regalerebbe a Putin?
Forse L’arte della guerra di Sun Tzu. Non perché insegni a vincere, come spesso si pensa, ma perché insegna soprattutto a comprendere i limiti della forza. Sun Tzu spiega che il miglior generale è quello che evita la guerra quando il costo della vittoria rischia di essere superiore ai benefici. E insegna anche che esistono situazioni nelle quali perseverare in un conflitto può trasformare una vittoria tattica in una sconfitta strategica.
La Russia è l’unico Paese che oggi si muove su basi ideologiche così forti? O anche il pragmatismo sta diventando una nuova ideologia?
La Russia ha certamente motivazioni storiche di rivalsa e quindi una forte componente ideologica. Ma le ideologie non sono mai assenti dalle decisioni politiche dei governi. Anche l’amministrazione americana, per esempio, ha una base ideologica molto forte nel movimento MAGA, pur agendo spesso in modo pragmatico. Lo stesso vale per la Cina: molto pragmatica, ma con un sottofondo ideologico importante. E lo stesso accade in molti Paesi del Sud globale, dove interessi nazionali e richiami al multilateralismo si intrecciano. Le ideologie vengono spesso usate in modo strumentale. Ma non sono mai assenti.
Cosa l’ha colpita di più sul piano umano e politico?
Il trauma. Il 7 ottobre ha materializzato il più grande incubo del popolo israeliano: qualcuno entra nelle case, porta via i figli, e quei figli non tornano più. Per Israele è stato un trauma secondo soltanto all’Olocausto, perché ha messo in discussione il principio stesso della sicurezza dello Stato israeliano. Quel trauma ha però generato tragedie successive. Il governo israeliano ha ritenuto che la sicurezza non potesse più essere garantita con strumenti negoziali o diplomatici, ma soltanto con la forza militare. Quando si prende una decisione di questo tipo si sa dove si comincia, ma non si sa dove si finisce. E il principio di proporzionalità rischia inevitabilmente di essere travolto.
In questo quadro il Libano sembra diventato un altro fronte decisivo.
È diventato un campo di battaglia. Da una parte Hezbollah, e dietro Hezbollah l’Iran. Dall’altra Israele, che ritiene di combattere per la propria sicurezza. Il punto è che il fronte libanese pesa anche sul possibile negoziato tra Stati Uniti e Iran. Se si vuole arrivare a un’intesa seria, bisogna stabilizzare il Libano, perché quel fronte può essere usato per sabotare qualsiasi accordo. Netanyahu guarda con scetticismo a un’intesa tra Washington e Teheran. Ma anche in Iran esistono fazioni contrarie all’accordo con gli Stati Uniti. Per ragioni diverse, una parte della leadership israeliana e una parte della leadership iraniana rischiano di ostacolare il negoziato.
Lei immagina un dopo Netanyahu? E un dopo Putin?
Nel caso di Netanyahu sì. È possibile che un’opposizione unita riesca a sostituirlo democraticamente prossimo autunno. Questo non significa che cambieranno le esigenze di sicurezza di Israele, condivise da tutto l’arco politico israeliano. Potrebbero però cambiare le modalità, il grado di flessibilità e il peso dei partiti nazionalisti e religiosi. Per la Russia è diverso. Lì parliamo di un sistema autocratico. Il problema non è solo la fine di Putin, ma capire se dopo un autocrate arriverà davvero un sistema diverso o semplicemente un altro autocrate.
Che ruolo stanno assumendo le religioni nella politica internazionale?
Purtroppo anche le religioni vengono sempre più usate come armi. Fanno parte del clima di contrapposizione feroce che caratterizza oggi la comunità internazionale. Pensiamo anche agli Stati Uniti e al peso della componente evangelica nella base elettorale di Trump. C’è una parte di quel mondo che ritiene legittimo l’uso della forza in difesa dei valori cristiani: le Crociate. Ma non è questo il mestiere del Papa. Il Papa non può accettare l’uso della violenza come strumento per promuovere valori cristiani.
Il fatto che il Papa sia in Italia rappresenta anche un elemento di sicurezza per il nostro Paese?
I pontificati, da Giovanni Paolo II a Francesco e ora anche nei primi segnali di Leone XIV, hanno rappresentato un contraltare valoriale all’eccesso di pragmatismo nei rapporti internazionali. Dal punto di vista della sicurezza, però, questo rende l’Italia anche un obiettivo sensibile. Colpire il Papa avrebbe per qualsiasi organizzazione terroristica un impatto simbolico enorme.
Come si è trasformata la società americana?
È una società divisa, polarizzata, che ha normalizzato il conflitto e criminalizzato le differenze ideologiche, trasformandole in armi. Trump non nasce dal nulla. È il prodotto di una globalizzazione mal gestita, che ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà, ma ha lasciato indietro aree e strati importanti della popolazione americana, in particolare quell’uomo bianco medio-borghese dell’industria che pesa moltissimo nelle elezioni presidenziali. Trump arriva portato da un elettorato che gli chiede di fare esattamente ciò che sta facendo: pensare all’America, disconoscere gli alleati, essere il presidente della parte che lo ha eletto.
Qual è stato, nella sua esperienza, un capolavoro di diplomazia?
La diplomazia silenziosa. Ogni volta che si riesce a riportare a casa un cittadino sequestrato all’estero, magari da una banda terroristica, senza compromettere principi fondamentali e senza violare la legalità, si compie un piccolo miracolo diplomatico. Sono operazioni che spesso i cittadini non conoscono, ma rappresentano il cuore più delicato e più alto della diplomazia».
Che cosa dovrebbe fare oggi l’Europa?
L’Europa ha sempre camminato con passi prudenti. Finora questo è bastato: di fronte all’euro, alla pandemia, alle grandi crisi, ha sempre reagito senza rinnegare sé stessa. Oggi però viviamo nel tempo dei salti quantici, mentre l’Europa continua a muoversi con i tempi della mediazione. Per questo credo che si debba valorizzare la formula dei volenterosi: chi vuole e chi può deve andare avanti, anche coinvolgendo Paesi vicini e alleati come Regno Unito, Norvegia, Canada o Turchia. L’Europa deve accelerare soprattutto su tre ambiti: difesa, energia e tecnologia. È lì che si gioca la sua capacità di restare protagonista.
Merkel avrebbe potuto evitare o gestire meglio la crisi con la Russia?
Non credo. Merkel apparteneva a un mondo che non esiste più. Un mondo nel quale l’Europa poteva contare sulla protezione strategica americana, sull’energia russa a basso costo e su un mercato cinese disposto ad assorbire le esportazioni europee. Quel modello ha funzionato per anni, ma oggi è venuto meno. Non è una questione di singoli leader. È il contesto internazionale a essere profondamente cambiato».
Ma una leadership fatta di studio, responsabilità, esame di coscienza, senso del servizio, è tramontata?
Non credo sia tramontata, ma oggi è molto più difficile. Hammarskjöld apparteneva a un’epoca in cui era ancora possibile fermarsi, riflettere. Oggi i leader vivono in un flusso permanente di informazioni e reazioni. Spesso non governano il tempo della riflessione, ma reagiscono all’urgenza del momento, magari nelle dieci righe di un post sui social. Questo non è rassicurante. Ci sono ancora leader che studiano molto. Angela Merkel è una di queste: conosce i dossier nei dettagli, a volte meglio degli specialisti che la affiancavano. Il problema è che il sistema oggi premia l’immediatezza più della riflessione, la rapidità più della complessità. Ma devo dire che Giorgia Meloni studia, è sempre pronta.
Che cosa legge per orientarsi in questa complessità?
Più dei singoli libri, credo sia importante coltivare una visione del mondo. Consiglio il Financial Times, il New York Times nella sua edizione internazionale, l’Economist e Politico Europe. Anche solo guardare ogni mattina la prima pagina del Financial Times permette di capire quali sono i temi di cui il mondo sta discutendo. Ed è già un modo per orientarsi.



































