La sinestesia è una figura retorica magica, perché indica la possibilità di attivare più canali percettivi: i suoni, la vista, il tatto e il sapore. Ormai si sa: tutto è collegato e non c’è concetto che si possa comprendere senza collegarlo a un mondo organologico che incrocia società, psicologia, tecnologia, arte, politica e tanto altro. Tra queste dimensioni, la musica è la più sublime delle forme. È su questa prospettiva che nasce “Sinestesia del mondo”, al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, diretto da Sonia Martone e parte dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della città di Roma, guidato da Luca Mercuri.
Nella sede meravigliosa di Piazza Santa Croce in Gerusalemme a Roma si potranno osservare gli strumenti in ottica diversa, ovvero ascoltandoli ed esplorarli attraverso più sensi e linguaggi multimediali, che permettono di comprendere la loro storia e quella dei suoni che, nel corso dei secoli, hanno reso più intense le nostre vite.
Al piano terra troverete gli strumenti musicali dei cinque continenti, attraverso i quali è possibile intraprendere approfondimenti sonori, tattili e visivi. Tra le acquisizioni più recenti e simboliche figurano la bandura donata dal Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche dell’Ucraina, cinque strumenti offerti dall’Ambasciata del Giappone in Italia, il violino wixarica donato dall’Ambasciata del Messico insieme alla Fondazione Hermes Music, il nay donato da docenti e studenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e la fisarmonica donata dalle sorelle Pascucci. Donazioni che arricchiscono la collezione non solo dal punto di vista organologico, ma anche per il loro forte valore simbolico e interculturale.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma ha una storia che affonda le radici nel tempo e che oggi si rinnova attraverso nuovi percorsi espositivi. Al secondo piano, dalla collezione di bassi elettrici di Pablo Echaurren prende vita la sezione “There Let Be Bass”: un gioco di parole che rielabora il celebre “Let there be light” trasformandolo in un omaggio alla creatività e all’energia del basso elettrico, strumento rivoluzionato negli anni Cinquanta da Leo Fender.
Grazie alla collaborazione con RAI Teche, la sezione dedicata all’Italia si arricchisce inoltre di un filmato della regista Giulia Randazzo, realizzato con materiali d’archivio degli anni Sessanta e Ottanta, che restituiscono un patrimonio prezioso di testimonianze orali e musicali legate alla vita quotidiana, al lavoro e alle feste tradizionali. Di particolare suggestione è anche la sezione dedicata al mandolino, che conduce il visitatore all’interno del laboratorio del liutaio: un’esperienza immersiva in cui è possibile percepire suoni e vibrazioni, smontare e rimontare lo strumento e ammirare alcuni dei circa cento esemplari conservati dal Museo.
Infine, al piano superiore, “Risonanze Cinema” inaugura un nuovo percorso trasversale che esplora il dialogo tra musica, cinema e arti, reso possibile dalla collaborazione con la Direzione Generale Cinema, la Direzione Generale Spettacolo e il Centro Sperimentale di Cinematografia. La prima installazione, Parlami d’amore Mariù, è dedicata al celebre film Gli uomini, che mascalzoni… (1932) di Mario Camerini e al pianoforte a cilindro conservato nelle collezioni del Museo.
Sonia Martone, direttrice del progetto, ha collaborato per la mostra con il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne della Sapienza Università di Roma e con il Dipartimento di Studi Orientali dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, oltre che con la Faculty of Cultural Studies della Kyoto Sangyo University. Ma c’è anche l’Africa, con il Global Music Exchange. Hanno collaborato inoltre la Commissione Cultura dell’Unione Italiana dei Ciechi, l’Accademia dei Sordi, la cooperativa sociale CREI e teatri università di fama internazionale.

































