Abbiamo intervistato Veronica Gentili, giornalista e conduttrice, apprezzata per la sua particolare finezza intellettuale e profondità nell’analizzare i fatti della società. Dal 2023 conduce, con Max Angioni, il programma cult di Italia 1, Le Iene.
Che mondo stiamo vivendo?
Viviamo in un mondo estremamente complesso e, soprattutto, in un tempo in cui abbiamo perso la capacità di ascoltarci davvero. Se solo riuscissimo a mettere da parte il nostro punto di vista, i pregiudizi e la convinzione di sapere già tutto, potremmo forse ritrovare la possibilità di capirci. Oggi invece si fugge dalla relazione e si preferisce restare chiusi nelle proprie certezze. I social, che dovrebbero avvicinarci, hanno creato un’illusione di socialità che spesso ci allontana ancora di più. Siamo sempre più isolati, chiusi nelle nostre istanze e nelle nostre solitudini. Fatichiamo a contemplare la diversità e a vivere il compromesso che ogni relazione comporta. Così rischiamo di diventare monadi, profondamente sole e lontane da qualsiasi senso autentico di comunità.
Il servizio de Le Iene che più ti ha indignato e fatto riflettere?
Abbiamo realizzato, insieme a Nicola Barraco, dei servizi con i nostri piccoli corrispondenti da Gaza. Li abbiamo chiamati “Le Iene in prestito”. Erano bambini e ragazzi palestinesi che ci raccontavano la loro quotidianità. Ascoltarli e vederli vivere in quei territori di cui tanto parliamo da lontano ha reso tangibile l’ingiustizia e lo straniamento che si provano davanti a certe storie. È quasi impossibile comprendere davvero la misura del loro dolore, ma quel servizio ha reso tutto più più umano, più vero.
Il servizio che ti ha commosso di più?
La storia di Laura Santi, raccontata da Giulio Golia, mi ha profondamente toccata. Laura si era ammalata di sclerosi multipla e ha scelto il suicidio assistito dopo una lunga battaglia per la dignità della vita e della morte. Mi ha colpito il suo amore per la vita e la sua forza nel voler continuare a viverla fino in fondo. Mi ha colpito anche il coraggio con cui ha deciso di morire in mezzo alle sue cose, circondata dall’amore. Ma ciò che mi ha commosso più di tutto è stato l’amore di suo marito Stefano, che l’ha accompagnata fino all’ultimo, combattendo con lei e per lei. Aver la forza di lasciar andare chi si ama per non vederlo soffrire è una delle forme d’amore più grandi che io abbia mai visto.
Come sta la nostra società?
Non troppo bene. Mi viene da dire, parafrasando Woody Allen, che il Novecento è morto e noi non ci sentiamo tanto bene. È un periodo difficile, siamo a un bivio della storia e non abbiamo ancora trovato il nostro modo di stare dentro ai cambiamenti che ci travolgono. La rivoluzione digitale ha accelerato tutto, dai tempi delle notizie al modo in cui viviamo le emozioni. I divari tra generazioni aumentano e la comunicazione diventa sempre più difficile. Ci vedo spaesati, impauriti, spesso arrabbiati. Spero che arrivi presto una metabolizzazione collettiva di ciò che sta accadendo, compreso il tramonto dell’Occidente come lo abbiamo sempre conosciuto e l’arrivo di un mondo multipolare in cui nessuno ha più il ruolo di dominatore assoluto.
Viviamo in un’epoca di post verità. L’inganno è diventato un valore?
Purtroppo sì. La verità ufficiale è sempre più vista come menzogna, mentre l’inganno o la sua alternativa diventano più credibili solo perché opposte al potere. È il paradosso della controinformazione. Tutto ciò che smentisce la versione ufficiale sembra più vero proprio perché “non appartiene al sistema”. Da qui nasce il business del complottismo e delle verità alternative, che non hanno nulla a che fare con il pensiero critico. Si finisce per credere all’altra versione solo perché è l’altra versione. Così si arriva a relativizzare tutto e a dire questa è la tua verità e questa è la mia. Ma senza un terreno comune la verità si dissolve e resta solo confusione.
Molti dicono che la televisione accentui la polarizzazione e penalizzi il dialogo.
Credo che la televisione rifletta la società più di quanto la guidi. Non crea la polarizzazione ma la rispecchia e spesso la esaspera per cavalcarla. Oggi la polarizzazione è diventata quasi una rappresentazione, un racconto. La televisione mette in scena quello che già accade sui social, che sono ormai il vero spazio del dibattito contemporaneo.
Se dovessi regalare un libro a un giovane?
Regalerei Il giovane Holden. È un romanzo di formazione che racconta la crescita, la perdita dell’innocenza e la paura delle ipocrisie del mondo adulto. È anche una guida per difendere la propria autenticità. Resta un libro eterno, capace di parlare a ogni generazione.
Se dovessi regalarne uno a un politico?
Sceglierei La fattoria degli animali di George Orwell. È un libro che ricorda quanto sia pericolosa l’idea che tutti siano uguali ma alcuni un po’ più uguali degli altri. Chi governa deve sempre rappresentare tutti, in qualche modo, un’assicurazione da ogni sorta di discriminazione. Non esistono animali più uguali di altri a prescindere dalle modalità e dagli approcci che si hanno. E penso spesso al personaggio di Gondrano, il cavallo instancabile e fedele che lavora senza mai fermarsi. In lui vedo il simbolo di chi crede e si impegna fino in fondo. Anche lui merita rispetto e protezione, sempre.
Che fine stanno facendo le democrazie?
Non godono di buona salute. Le diamo per scontate come se fossero un diritto eterno e intoccabile. Chi non le ha mai avute le desidera, chi invece le ha da sempre spesso le rifiuta o le tradisce. Le democrazie sono lente e faticano ad adattarsi ai tempi moderni, e questo le fa apparire deboli rispetto ai regimi autoritari che promettono efficienza e decisionismo. È un rischio enorme e bisognerebbe affrontarlo con serietà, prima che diventi irreversibile.
L’opera d’arte che ti incanta.
Amo Francis Bacon da sempre. Mi affascina il modo in cui rappresenta la sofferenza umana, la carne e la fragilità dell’esistenza. Nei suoi studi sulla crocifissione, intesa non in senso religioso ma umano, vedo un racconto universale della vulnerabilità. Diceva che tutti gli uomini sono potenziali carcasse, e in questa frase, così cruda, trovo una grande verità. Ci ricorda quanto la fragilità sia parte della nostra umanità.
Un insegnamento prezioso che porti con te
Cesare Pavese scrisse che un chiodo tira l’altro ma quattro fanno una croce. Mi piace ricordarlo perché invita a non restare prigionieri del proprio destino. Bisogna imparare a cambiare, a non restare bloccati dalle proprie convinzioni o dal proprio passato. Serve elasticità per vivere. Oggi lo vedo anche nei giovani che scendono in piazza per Gaza, pronti a esporsi e a mettere in gioco il proprio corpo. Si pensava che fossero apatici e invece hanno dimostrato una forza enorme. In loro vedo un grande spazio di resistenza.
Dove vedi oggi spazi autentici di resistenza culturale e intellettuale
Li vedo nell’arte quando riesce a restare libera e non piegata a condizionamenti. Li vedo anche nelle relazioni umane, nelle emozioni sincere, nei sentimenti veri. L’ascolto, l’empatia, la capacità di stare insieme senza etichette restano il terreno più autentico di libertà.
Un sogno nel cassetto
Vorrei vivere circondata da animali. Se potessi, riempirei un appartamento di Roma di cani, gatti, cavalli e conigli. Gli animali mi trasmettono un senso profondo di benessere e di armonia. Al momento ho solo due gatti, ma se potessi ne prenderei almeno altri cento. Forse il mio compagno non sarebbe d’accordo, ma io ne sarei felice.
Un luogo dove hai lasciato il cuore
L’Africa. Ci sono stata una sola volta ma mi ha cambiata per sempre. Ho capito cosa significa davvero il mal d’Africa. È la sensazione di libertà assoluta che si prova davanti a un orizzonte sempre aperto. Per chi è cresciuto in città è come respirare per la prima volta. Lì senti di far parte di qualcosa di più grande, di un’armonia naturale che ti riempie e ti mancherà appena torni indietro. So che ci tornerò.



































