Vigneti

di Maria Assunta Fodde

Volare sopra un’isola ad alta quota è come sognare destinazioni esotiche ad occhi aperti. La nostra mente viaggia libera fino a quando non si focalizza su qualcosa fuori dal finestrino o dentro la nostra mente. Volare sulla Sardegna apre a tante promesse di viaggio, una baia, una pianura coltivata e poco antropizzata dove fare trekking, borghi distribuiti su colline dolci o mare trasparente, tavole imbandite di cibi sani.  È interessante la visione di questi luoghi non solo come meta di vacanza ma guardando al valore acquisito e consolidato da parte delle nuove generazioni che la abitano. Si narra continuamente la Sardegna millenaria, autentica, magica e genuina: luoghi comuni al passo con il marketing territoriale che non descrivono fino in fondo il senso di appartenenza di alcuni suoi abitanti, delle caratteristiche che la rendono così diversa da ogni altra regione nel mondo.

Cominciamo con la storia di dodici vignaioli del Nord Ovest, al lavoro nelle terre dai nomi curiosi come Zirra e Baratz, toponimo che dà il nome anche al Lago nella Nurra, quella sub regione che da Sassari porta ad Alghero fino al parco naturale di Capo Caccia, dove gli aerei impazziscono ad atterrare scossi dal forte vento.  L’area è pianeggiante, con colline basse costituite da terreni di tutti i tipi mescolati fra loro, e dove crescono le vigne storiche del vermentino di Sardegna, dove nasce il primo e più esteso comprensorio viticolo sardo. Sono numerosi qui i siti archeologici che dimostrano che la vigna e l’agricoltura facevano già parte del quid sardo, prima ancora di essere contaminato da culture fenicie, puniche e romane.

La strada verso Olmedo porta verso est in un’altra regione più interna, si chiama Coros (cuore in italiano) e comprende un territorio di piccoli borghi poggiati su rilievi di origine vulcanica. Anche qui i toponimi sono bizzarri: Ruinas, Sa Iddazza – Serra Giuales, Monte Ozzastru (monte olivastro a richiamare appunto l’olio, un altro prodotto di eccellenza di quest’area nordoccidentale, dove prosperano alberi secolari e alberelli tradizionali di uve cagnulari, pascale, cannonau, sangiovese. Uno scenario rurale che ad ogni curva esplode diverso, abitato da agricoltori preparati ad analizzare profondamente la natura per consegnarci con orgoglio vini notevoli nel panorama delle DOC italiane.

Quando la vista si apre lungo la curva della costa a nord, dalla collina di Osilo fino ai comuni di Sorso e Sennori, comincia la Romangia, nel mezzo della vegetazione mediterranea si coltivano il moscato, il vermentino di Sardegna, il cagnulari ma anche il cannonau, il monica e qui maturano i grappoli del più noto moscato. Sono ancora più curiosi i nomi di queste terre, denominate spesso come vallate: Badde Porcheddu, Badde Pira, Badde Margarida, Pianu di Lu Furru, Olieddu e Cherculufrosu. Una baldoria di nomi e di uomini contemporanei che governano le vigne da oltre mezzo secolo e, ancora prima affermano gli archeologi, si torna indietro fino alle civiltà nuragiche impegnate con la viticoltura. Non è insolito invece trovare campi completamente arati, aridi in attesa di accogliere i nuovi vigneti.

Il futuro di Coros, Romangia e parte della Nurra è ancora più indirizzato verso il decollo da quando dodici vignaioli, residenti e resilienti, si sono alleati per accompagnare tutto il territorio verso una progettazione partecipata con lo scopo di diffondere la propria cultura e le loro Radizi (radici).

Non stanno volando alto loro, sono ben consapevoli delle potenzialità delle comunità che vivono quotidianamente. Hanno i piedi ben piantati per terra, conoscono la tecnica e si muovono con una socialità emancipata.

Una dimensione non proprio vacanziera, fatta di fatica e giornate pressanti tra vigna, analisi di laboratorio, cantina, promozione dei vini. Tuttavia riescono a cogliere ogni occasione per condividere in allegria le responsabilità di un viaggio chiamato “amore per la propria terra”. Cercateli quando atterrate in questa bellezza, sono i Vignaioli del Nord Ovest della Sardegna.