C’è un momento, lungo la costa tirrenica della Calabria, in cui la luce cambia natura. Il sole scende, le rocce si scuriscono, il mare trattiene l’ultimo riflesso e tutto si vela di viola. È la Costa Viola, un tratto di litorale che già gli antichi avevano imparato a riconoscere: Platone descriveva queste rive come un luogo in cui ogni cosa si accende di sfumature violacee, e ancora oggi, sera dopo sera, il paesaggio sembra mutare davanti agli occhi.

Non è soltanto un’immagine poetica. Le pareti rocciose scure amplificano la luce del tramonto e, nelle acque, la presenza di un’alga rossa contribuisce, in particolari condizioni, a intensificare le tonalità del viola.

Alle spalle si distende il verde bosco dell’Aspromonte, un tempo acceso dal giallo delle ginestre; davanti si apre il blu profondo del mare e, oltre l’orizzonte, si disegnano nitidi i profili della Sicilia, così vicina da sembrare raggiungibile con lo sguardo. Tra Calabria e Sicilia, lo Stretto di Messina non conosce quiete: correnti contrapposte, movimenti improvvisi, un respiro continuo che ne definisce il carattere e che, da sempre, unisce e separa le due sponde.

Scilla, nome di donna, paese di pescatori, affacciato sul punto esatto in cui il Tirreno incontra lo Ionio in un eterno movimento di attrazione e respingimento. In alto domina il Castello Ruffo di Scilla, severo e vigile, come se dovesse ancora controllare il passaggio delle navi che attraversano lo Stretto verso la Sicilia; più in basso, Chianalea, borgo marinaro, le case sono addossate le une alle altre, affacciate direttamente sul mare. Nei vicoli stretti l’acqua sbatte contro la pietra e il legno, sembra voler entrare nelle case, imporre la propria presenza. Di sera il mare si fa scuro, la schiuma resta chiara, e l’impressione è quella di un porto antico, quasi piratesco, un approdo dove le rotte si incrociano e nulla è mai del tutto tranquillo.

Qui nasce il mito. Scilla era una ninfa bellissima che viveva tra le rocce e le acque limpide dello Stretto. Un giorno il dio marino Glauco la vide mentre si bagnava e si innamorò della sua grazia. Le dichiarò il suo amore, ma la ninfa, spaventata, non lo ricambiò e fuggì. Disperato, Glauco si rivolse alla maga Circe per ottenere un filtro d’amore. Ma Circe si innamorò a sua volta di lui e, quando comprese di non essere ricambiata, decise di vendicarsi: versò una pozione nelle acque dove Scilla era solita immergersi. Quando la ninfa entrò in mare, il suo corpo si trasformò e al posto delle gambe comparvero creature mostruose e teste feroci.

Atterrita dalla propria immagine, Scilla si rifugiò tra le rocce, diventando un pericolo per i marinai; di fronte, Cariddi, sull’altra sponda dello Stretto, agitava le acque con la stessa furia. Una storia d’amore non corrisposto ma anche il tentativo degli antichi di spiegare ciò che succedeva: correnti imprevedibili, vortici d’acqua e movimenti improvvisi che rendevano la navigazione tra Calabria e Sicilia pericolosa. Il mito traduceva in racconto ciò che il mare imponeva nella realtà.

La Costa Viola è questo: luce che cambia, geografia che si fa memoria, due terre che si guardano ogni giorno.

E ogni sera, quando il viola ritorna, restituisce alla Calabria uno dei paesaggi più identitari del Mediterraneo – e con esso l’eco di una ninfa che continua a muoversi tra luce e mare.