di Francesca Achito
“Attraverso l’arte cerco di vedere chiaro nella mia relazione con il mondo e, se possibile, di aiutare anche chi osserva le mie opere a capirle, a guardarsi dentro.”
È probabilmente uno degli artisti più controversi e introspettivi del panorama artistico, pioniere dell’arte moderna nonché quintessenza dell’Espressionismo. Quando ci si rivolge a una sua tela, non si fa caso alla definizione delle linee, all’utilizzo dei colori o alla tecnica pittorica, ma emerge subito quell’impronta forte e potente del tormento, protagonista principale di ogni sua opera.
Segnato da un’infanzia difficile, Edvard Munch porterà con sé il dolore del lutto che i suoi occhi videro sin da bambino. Dopo la morte della madre e poi della sorella, Edvard vivrà sin dai primi anni un forte senso di depressione e stati d’ansia, una condizione mentale che troverà giovamento solo nella pittura, alla quale si avvicinerà dopo aver lasciato una scuola tecnica per dedicarsi al disegno.
Le sue opere furono, sin dall’inizio, aspramente giudicate dai critici del suo tempo, i quali spesso arrivarono a censurare i suoi lavori, definendoli “arte degenerata”. Nei soggetti di Munch, infatti, traspare tutto lo stato d’animo del pittore. Le figure sono sofferenti, spesso disperate e avvolte da un male di vivere.
L’approccio alla tela sembra quasi consolatorio: Munch non si limita a dipingere, egli scrive un diario delle proprie sofferenze. L’apice di tale approccio è evidente ne L’Urlo, tra i quadri più celebri del patrimonio artistico mondiale e conosciuto da chiunque nella cultura popolare.
L’opera adotta linee essenziali, i colori parlano ancora prima del soggetto principale. Un volto simile a un teschio, privo di identità, stringe le mani sulla testa in un urlo disperato. Un urlo che non emette suono: è l’urlo dell’anima che non dà pace. La mancanza di suono è suggerita proprio dalle figure che passeggiano all’orizzonte del quadro: esse non sono rivolte verso il soggetto, che è solo ma orientato verso di noi, rendendo lo spettatore partecipe e coinvolto.
“Stavo camminando lungo un sentiero con due amici — il sole stava tramontando — improvvisamente il cielo è diventato rosso sangue — mi sono fermato, sentendomi esausto, e mi sono appoggiato alla staccionata — c’erano sangue e lingue di fuoco sopra il fiordo blu-nero e la città — i miei amici camminavano e io rimasi lì tremante per l’ansia — e sentivo un urlo infinito attraversare la natura.”
La testimonianza stessa di Munch conferma l’uso quasi “terapeutico” che egli faceva della pittura, uno strumento che permetteva di comunicare al mondo il suo stato mentale, difficile da definire a parole. Come un martire, pativa il suo malessere e lo proponeva agli altri in un linguaggio universale. Munch sapeva – infatti – che chiunque avesse provato quella sua stessa condizione avrebbe rivisto se stesso in quell’urlo agghiacciante, cogliendo la sensazione inquieta della disperazione, del panico, della paura.
Un altro elemento caratterizzò la vita del pittore, anch’esso evidente nei suoi quadri: il rapporto conflittuale con le donne. Mathilde “Tulla” Larsen fu la prima a segnare profondamente il cuore dell’artista: una relazione folle e malata, segnata da violenza e da periodi altalenanti tra quiete e tempesta. Questa relazione sarà spesso protagonista dei quadri di Munch, dove i soggetti appariranno insieme ma “separati” da emozioni differenti. Se la donna verrà raffigurata come eterea, sfuggente e libera, l’uomo assumerà un ruolo più sottomesso e sofferente.
«Ho perso tutte le speranze di poter amare», affermerà in un suo scritto, a seguito di una seconda relazione tormentata con Milly Thaulow, moglie di un suo parente.
Opere e vita di Munch camminarono sempre di pari passo, seguendo il flusso depressivo del pittore, che riversava il suo malessere sulla tela. Questo approccio ha dato un nuovo modo di vedere l’arte e l’artista, e un nuovo modo di intendere la tela come strumento comunicativo dell’animo umano, del turbamento espresso attraverso il colore e l’espressività dei figuranti, vittime della vita e delle proprie emozioni.
Prima di morire, nel 1916 a Ekely, vicino Oslo, scrisse: “La mia arte è radicata in un’unica riflessione: perché non sono come gli altri? La mia arte dà senso alla mia vita.”



































