Cento anni fa nasceva a Los Angeles Norma Jeane Mortenson. Marilyn Monroe sarebbe arrivata molto più tardi, insieme ai capelli biondi, al nuovo nome e a un personaggio destinato a diventare più famoso della donna che lo aveva creato.
La sua storia, però, comincia lontano dai riflettori. La madre, Gladys Pearl Baker, lavorava come montatrice negli studi cinematografici, ma soffriva di gravi disturbi psichici e non riuscì a occuparsi stabilmente della figlia. Dopo il suo ricovero, Norma Jeane crebbe tra famiglie affidatarie e un istituto, passando da una casa all’altra senza trovarne mai una che sentisse davvero sua. Anche il loro rapporto rimase sospeso tra assenze, brevi riavvicinamenti e una distanza mai del tutto colmata.
Eppure, quando fu il momento di scegliere il nome con cui presentarsi al mondo, Norma Jeane conservò proprio una traccia della madre: Monroe era il cognome della famiglia materna. Quasi che, mentre si preparava a diventare un’altra, avesse voluto portare con sé almeno una parte della propria storia. Hollywood fece il resto. Costruì la diva attraverso le fotografie in costume, gli abiti diventati leggendari, il sorriso studiato e quella voce esitante che contribuì a trasformarla nella più celebre “bionda svampita” del cinema. Ma Marilyn conosceva bene la distanza tra la donna e il personaggio. Studiava recitazione, leggeva, si interessava di politica, chiedeva compensi migliori e pretendeva di poter scegliere i propri ruoli. Il paradosso della sua storia è forse tutto qui. L’America aveva creato Marilyn Monroe, ma sembrava non sapere che cosa farsene di Norma Jeane quando cominciò a parlare con la propria voce e a rifiutare la parte che le era stata assegnata. A un secolo dalla nascita, Marilyn continua a occupare l’immaginario collettivo. La donna dietro il mito, invece, resta ancora in parte da scoprire.
Avrebbe compiuto cent’anni
Il 1° giugno 1926 nasceva a Los Angeles Norma Jeane Mortenson. Marilyn Monroe sarebbe arrivata dopo, insieme ai capelli biondi, al nuovo nome e a un personaggio destinato a diventare più famoso della donna che lo aveva creato. A cent’anni dalla nascita, però, resta ancora molto da scoprire oltre il vestito bianco sollevato dal vento e il celebre Happy Birthday cantato a John Kennedy.
Possedeva una biblioteca di oltre quattrocento volumi
Sugli scaffali di casa conservava romanzi, poesie, saggi di filosofia, psicologia, politica, storia e religione. Leggeva Dostoevskij, Joyce, Tolstoj, Whitman, Camus e Freud, sottolineava le pagine e vi lasciava annotazioni. Non erano libri acquistati per costruirsi un’immagine da intellettuale, ma gli strumenti di un autodidatta che cercava di colmare le lacune della propria formazione. Alla sua morte, la biblioteca comprendeva più di quattrocento titoli, poi catalogati e messi all’asta da Christie’s.
La “bionda svampita” era una parte studiata nei minimi dettagli
La voce esitante, lo sguardo sorpreso e quella particolare aria distratta erano elementi di una recitazione costruita con precisione. Marilyn non voleva però restare prigioniera dello stesso personaggio: si trasferì a New York, studiò all’Actors Studio e sognò persino di interpretare Grusen’ka ne I fratelli Karamazov. Hollywood continuava a vederla come una bella ragazza da mettere davanti alla macchina da presa; lei desiderava essere riconosciuta come attrice.
Sfidò gli studios fondando una propria casa di produzione
Nel 1955, stanca dei ruoli decisi per lei e di un contratto molto meno vantaggioso di quelli riservati ai colleghi uomini, fondò la Marilyn Monroe Productions. La sua ribellione costrinse la 20th Century Fox a negoziare: ottenne un compenso migliore e il diritto di approvare sceneggiatura, regista e direttore della fotografia. Una conquista rara per un’attrice dell’epoca e una mossa che contribuì a cambiare gli equilibri di Hollywood.
Non posò mai per Playboy
La fotografia di nudo pubblicata nel primo numero della rivista era stata scattata nel 1949, quattro anni prima della nascita di Playboy. Marilyn era ancora un’attrice sconosciuta e accettò il servizio perché aveva bisogno di denaro. Hugh Hefner acquistò in seguito i diritti dell’immagine, senza incontrarla e senza pagarle alcun compenso aggiuntivo. Quando la fotografia riemerse, gli studios le consigliarono di negare. Lei ammise invece di aver posato perché aveva fame, trasformando uno scandalo annunciato in un successo di simpatia.
Aiutò Ella Fitzgerald a conquistare uno dei locali più importanti di Los Angeles
Quando Ella Fitzgerald non riusciva a ottenere un ingaggio al Mocambo, Marilyn telefonò personalmente al proprietario. Gli promise che, qualora avesse scritturato la cantante, lei avrebbe occupato un tavolo in prima fila ogni sera. Mantenne la parola: arrivarono fotografi e giornalisti e il locale si riempì. Fitzgerald ricordò per tutta la vita quel gesto, definendo Marilyn una donna in anticipo sui tempi.
Era affascinata dalle dive degli anni Venti
Marilyn guardava con curiosità al cinema che l’aveva preceduta, soprattutto alle donne libere e anticonformiste dell’epoca del muto. Nel 1958, davanti all’obiettivo di Richard Avedon, si trasformò in alcune delle grandi seduttrici del passato, tra cui Clara Bow e Theda Bara. Pochi mesi dopo interpretò Sugar Kane in A qualcuno piace caldo, ambientato proprio nel 1929, tra jazz, proibizionismo, abiti da flapper e fughe rocambolesche. Più che una diva senza memoria, Marilyn era una spettatrice consapevole della storia dalla quale proveniva.
Riuscì a far riconoscere nei contratti il dolore del ciclo
Marilyn soffriva di endometriosi, una malattia allora poco conosciuta che le provocava dolori mestruali molto forti, ricoveri e interventi chirurgici. Riuscì a far inserire nei contratti una clausola che le consentiva di assentarsi quando, durante il ciclo, le condizioni fisiche le impedivano di lavorare. Molti dei ritardi e delle assenze attribuiti ai capricci di una diva nascondevano in realtà una patologia seria.
Desiderava profondamente diventare madre
Nonostante il corpo fosse parte essenziale della sua immagine pubblica, per Marilyn fu spesso fonte di dolore. L’endometriosi rese difficili le gravidanze e contribuì alle perdite che affrontò durante il matrimonio con Arthur Miller. Anche quando le fu prospettata l’ipotesi di un intervento radicale, cercò di proteggere la possibilità di avere un figlio. Dietro il simbolo della sensualità americana c’era una donna che desiderava soprattutto costruire una famiglia stabile che non aveva avuto da bambina.
Si convertì all’ebraismo per amore
Prima di sposare Arthur Miller, studiò con il rabbino Robert Goldburg e il 1° luglio 1956 firmò il certificato di conversione. A colpirla era soprattutto il valore attribuito dalla cultura ebraica alla famiglia, un’idea particolarmente importante per chi era cresciuta tra affidamenti, istituti e continui trasferimenti. Anche dopo il divorzio conservò alcuni oggetti religiosi e non rinnegò quella scelta.
Frequentò i figli di due leggende del cinema
Prima di diventare famosa conobbe Charlie Chaplin Jr. ed Edward G. Robinson Jr., figli di due grandi protagonisti di Hollywood. Ebbe con loro legami sentimentali in momenti diversi, ma soprattutto condivise un piccolo gruppo di giovani cresciuti all’ombra di genitori celebri.
Conobbe i Kennedy grazie a un attore del Rat Pack
A introdurla nella loro cerchia fu Peter Lawford, attore e marito di Patricia Kennedy, sorella di John e Robert. Nella sua casa sulla spiaggia di Santa Monica si incontravano star del cinema, politici e amici della famiglia presidenziale. Fu in quell’ambiente, a metà strada tra Hollywood e Washington, che Marilyn cominciò a frequentare i Kennedy.
Sui rapporti con i due fratelli sono nate testimonianze, indiscrezioni e molte leggende, senza che sia mai emersa una ricostruzione definitiva.
Il celebre “Happy Birthday” non fu cantato il giorno del compleanno di Kennedy
Marilyn si esibì al Madison Square Garden il 19 maggio 1962, dieci giorni prima del quarantacinquesimo compleanno del presidente. Arrivò avvolta in una pelliccia e, una volta sul palco, rivelò un abito color carne ricoperto di cristalli, tanto aderente da essere stato cucito direttamente su di lei. Il modo sensuale con cui cantò trasformò una serata politica in una delle immagini più celebri del Novecento.
Tre mesi dopo Marilyn sarebbe morta, lasciando quella scena sospesa tra storia, seduzione e leggenda.
L’FBI sorvegliava anche le opinioni politiche di Marilyn
In piena Guerra fredda, Marilyn finì nel mirino dell’FBI per le sue frequentazioni progressiste, il matrimonio con Arthur Miller e i contatti avuti durante un viaggio in Messico con alcuni esponenti della sinistra americana.
Erano gli anni della rivoluzione cubana e dello scontro tra Washington e Fidel Castro: bastavano una cena, un’amicizia o una domanda sulla politica internazionale per destare sospetti.
Il Bureau raccolse informazioni sui suoi viaggi e sulle sue idee, ma non trovò mai prove della sua appartenenza al Partito comunista.
Al funerale di Marilyn Hollywood rimase fuori
Il funerale si svolse l’8 agosto 1962, tre giorni dopo la sua morte, in forma privata, con appena venticinque invitati. A organizzarlo fu l’ex marito Joe Dimaggio, che escluse produttori, attori e dirigenti degli studios. Tra gli assenti anche i Kennedy e Arthur Miller che non volle volare a Los Angeles soltanto per farsi fotografare tra i “piangenti pubblici”. Secondo l’ultimo marito della diva, molte delle persone che avrebbero pianto Marilyn avevano contribuito a distruggerla.
Così, nell’ultimo saluto alla donna più famosa del mondo, non c’erano né la folla né il potere di Hollywood, ma solo coloro che avevano conosciuto Norma Jeane lontano dai riflettori.



































