di Giulia Giannone
Psicologa e Psicoterapeuta
Psicosessuologa

Gli antichi Greci avevano compreso le profonde contraddizioni dell’animo umano attraverso la forza dei loro miti. Nella figura di Zeus si riflette una perenne tensione verso il desiderio, la conquista e l’evasione; un’inquietudine che affonda le proprie radici nella sua tormentata storia familiare e nel dramma del padre Crono, che divorava i propri figli per paura di perdere il potere. Più che una semplice ricerca del piacere, questa spinta può essere letta come il bisogno incessante di sentirsi amati, riconosciuti e confermati, nel tentativo di colmare antiche ferite Donna che tradisce il partneraffettive. Il tradimento e l’abbandono possono generare un dolore capace di trasformarsi in rabbia, vendetta e distruttività, dinamiche che la psicologia riconosce come profondamente umane e prive di genere. Il mito racconta della follia, sia di quella di Medea, capace di spingersi fino alla violenza fisica più estrema davanti al tradimento di Giasone, sia di quella di Efesto. Davanti all’infedeltà della moglie Afrodite con Ares, Efesto risponde con una violenza psicologica, mettendo in atto una sottile strategia di umiliazione pubblica. Che si esprima attraverso il sangue o attraverso il peso logorante di una ritorsione mentale, la ferita dell’abbandono può assumere forme ugualmente distruttive tanto negli uomini quanto nelle donne. Quando la sicurezza del legame si spezza, la vulnerabilità rischia di trasformarsi in smarrimento e bisogno di riscatto. Eppure, se guardiamo da vicino la storia di Ulisse e Penelope, ci accorgiamo di come il loro legame sia fatto di sfumature decisamente più umane. Il lungo viaggio di Ulisse è costellato da continui abbandoni ai sensi, da tutte quelle volte in cui si è lasciato conquistare o in cui ha voluto conquistare, cedendo al richiamo di altre braccia e lasciando la sposa in un’attesa infinita. Eppure, queste sue “debolezze” non cancellano il legame; sembrano piuttosto incarnare il bisogno profondo di cercare conforto e calore. Al tempo stesso, la grandezza di Penelope risiede nella sua attesa attiva, intelligente e strategica; attraverso la tela difende il regno, la propria dignità e la speranza del ritorno. La forza del loro legame non consiste nella perfezione, ma nella capacità di ritrovarsi. Nell’Odissea, quando finalmente si riabbracciano, Omero scrive che Penelope stringe lo sposo come il naufrago scampato alla tempesta stringe la terraferma; la loro grandezza è la capacità di riconoscersi e scegliersi ancora, nonostante tutto. Anche i tradimenti, del resto, non sono tutti uguali. La letteratura mostra come l’infedeltà possa nascere da radici molto diverse, talvolta persino da un sentimento autentico e inatteso. La vicenda di Paolo e Francesca narrata da Dante fa scoprire un amore travolgente che nasce al di fuori delle convenzioni e di un matrimonio imposto, ricordandoci come il desiderio e l’innamoramento non sempre seguano la volontà o le regole sociali. Talvolta il tradimento può essere il segno di un profondo bisogno di essere visti, riconosciuti e compresi nella propria verità interiore. Questa tensione attraversa il risveglio di Lady Chatterley, dove il desiderio diventa una ricerca di vitalità, di contatto e di autenticità contro una vita emotivamente impoverita. Ed è la stessa spinta disperata che muove Anna Karenina, pronta a infrangere le regole di un matrimonio vuoto e di una società convenzionale per inseguire una passione travolgente, convinta che il rispetto formale non possa coprire la mancanza d’amore. Tuttavia, questa letteratura risente di una precisa eredità storica e sociale. Se i romanzi dell’Ottocento descrivono l’infedeltà femminile solo attraverso il dramma del sentimento, il mito greco si rivela molto più moderno e libero: Afrodite non sceglie Ares per amore, ma per la rivendicazione di un desiderio puro, carnale e fine a se stesso. È la stessa urgenza che, millenni dopo, muove la signora Robinson oltreoceano. Un’evasione che non cerca un nuovo legame, ma la pura scossa del corpo. Gli antichi lo avevano già compreso, anche se per secoli si è preferito credere che l’uomo tradisca per istinto e la donna solo per cuore, negando a quest’ultima la legittimità del puro piacere. Si potrebbe dire che non si tradisce solo con il corpo; prima ancora, si tradisce con l’animo. L’infedeltà fisica è solo l’ultimo tassello di un cedimento interiore in cui si infrange il rispetto, in primo luogo verso se stessi e verso la propria scelta di stare in coppia, e poi verso l’altro, che in quel legame aveva riposto la propria totale fiducia. Diventa allora evidente che il tradimento può rappresentare un nodo irrisolto del singolo, una proiezione delle proprie insicurezze e di quella perenne insoddisfazione che spinge a cercare conferme esterne per colmare un vuoto. Del resto, nessuno è obbligato a rimanere in una relazione; quando manca il coraggio della chiarezza, l’evasione diventa una scorciatoia. Quando questa passione si accende, i confini evaporano e il tradimento scivola addosso come seta. Oltre la superficie di questo movimento leggero, si nasconde una verità più dolorosa. Se chi viene tradito sperimenta il crollo improvviso della fiducia, chi tradisce porta spesso con sé un malessere antico e non riconosciuto. Si tratta di una ferita radicata nel tempo che, non trovando altra voce, viene proiettata all’esterno attraverso la fuga, nell’unico modo che l’organismo conosce per non implodere e per darsi un riscatto.

È qualcosa che appartiene da sempre all’animo umano, tanto che se ne parla dagli antichi Greci a oggi perché riesce ancora a scuotere le coscienze. Nella nostra tradizione degli anni ’70, il celebre brano dei Pooh, Tanta voglia di lei, fotografa il tradimento come una parentesi transitoria di una sola sera, vissuta con un leggero senso di colpa prima del ritorno rassicurante alla stabilità domestica. Oltreoceano, questo brivido clandestino si trasforma in un fenomeno di costume mondiale con il film Il laureato, dove la celebre colonna sonora di Simon & Garfunkel fa da sfondo all’infedeltà della signora Robinson con il giovane amico di famiglia, un’evasione disperata nata per rompere le catene di una facciata borghese vuota e insoddisfacente.

Per comprendere questo scorrere profondo degli affetti, la psicologia e la sessuologia offrono chiavi di lettura preziose, lontane dai giudizi morali. Jung vedeva nella ricerca dell’altro il tentativo di integrare parti di sé rimaste nell’ombra, mentre Lowen descriveva amore e desiderio come espressioni dell’energia vitale che attraversa il corpo. Quando una relazione perde il contatto emotivo, il corpo stesso può cercare nuove esperienze per ritrovare la sensazione di essere vivo, desiderato e riconosciuto.

Sul piano scientifico e psicologico, è fondamentale scardinare un antico tabù: il desiderio è desiderio, un’energia pura che prescinde totalmente dai cromosomi di chi la prova. Se per secoli la cultura ha giustificato l’evasione maschile e condannato o negato quella femminile, la radice di questa disparità affonda nella paura. Gli uomini, spaventati dall’intensità e dall’autonomia di una forza che non potevano controllare, hanno preferito negare che le donne potessero provare impulsi così profondi, relegandole allo stereotipo della passività. Gli studi pionieristici di Masters e Johnson hanno demolito questa barriera, dimostrando che la sessuologia e il bisogno di gratificazione appartengono a ogni essere umano allo stesso modo. La fame di amore, di calore e di riconoscimento non ha genere, e le sue dinamiche sono influenzate dalla nostra storia affettiva, non dal sesso biologico. La sensibilità contemporanea ci porta inoltre a dare spazio a modelli diversi di intimità; ogni coppia, alla fine, cerca e trova il proprio personale equilibrio. C’è chi sceglie lo scambio di coppia, chi sperimenta le relazioni aperte o le forme consensualmente non monogame. Queste strade possono funzionare nel momento in cui sono fondate sulla sincerità assoluta, sul dialogo e sul consenso reciproco. L’importante è tutelare il rispetto degli accordi e della fiducia che si è costruita insieme. Basti pensare al significato originario della parola dal latino tradere, “consegnare oltre”, ovvero portare fuori dall’intimità ciò che apparteneva al legame.

In fondo, tutte queste storie non fanno che mostrare lo stesso fluttuare umano tra il desiderio di sicurezza e il desiderio di libertà, tra la ricerca dell’altro e quella di se stessi; uno specchio delle nostre fragilità, delle nostre mancanze e delle nostre contraddizioni.

La seta, che inizialmente appare fredda nel suo scivolare, trae calore direttamente dalla pelle che tocca, riscaldandosi nel movimento dell’attrito: è l’esatta metafora di ciò che cerca chi tradisce, una frizione che riaccenda e rianimi una temperatura interiore altrimenti spenta. Ed è proprio questa richiesta assoluta di verità che ritroviamo, spogliata di ogni filtro, nelle parole di Madame: «Se mi ami tu non me lo fare».