di Andrea Fulgheri
C’è un momento, in volo, in cui la Sardegna smette di essere soltanto una destinazione e diventa un pensiero. L’isola vista dall’alto è una promessa di una nostalgia futura.
In Un Ferragosto, l’ultimo romanzo di Giovanni Follesa pubblicato da Camena Edizioni, la Sardegna va guardata da una prospettiva diversa rispetto alla spiaggia o all’aperitivo al tramonto. Va vista dal finestrino di un’auto.
È da lì che comincia il viaggio più inatteso di Giorgio Sercinu, governatore della Sardegna, uomo abituato alle stanze ovattate in cui si svolgono le liturgie istituzionali, asservito ai sorrisi calcolati e alle frasi che pesano più delle firme. Sercinu ha tutto ciò che il ruolo promette e lui vuole: potere sugli altri.
Eppure qualcosa si incrina. Una crisi personale lo spinge a compiere un gesto quasi teatrale, ma profondamente rivelatore. Nel tempo libero diventa Lorenzo, un cittadino qualunque, avaro di pensieri altrui, iscritto a BlaBlaCar. La strada diventa una seconda casa e i suoi passeggeri uno specchio nel quale ricercarsi.
Da questa intuizione narrativa, semplice e felicissima, Follesa costruisce un romanzo segnato da una domanda che resta addosso: chi diventiamo quando il riflettore della società è su di noi? Cosa rimane del nostro io una volta che il potere ci plasma?
Un Ferragosto ha il passo dell’on the road e il respiro della commedia umana. L’automobile diventa un piccolo salotto mobile, una cabina di decompressione dove le maschere cedono e le parole tornano a essere pericolosamente vere. Accanto a Sercinu-Lorenzo viaggiano personaggi vivi e palpabili: un giovane artista, un militare-filosofo, una nobildonna eccentrica e sensibilissima. Ognuno ha ferite da cui nascono visioni del mondo diverse. Ognuno costringe il protagonista a scendere di un gradino alla volta dal proprio piedistallo.
Il romanzo guarda ciò che il ruolo fa alle persone, viaggiando sulla sottile linea di confine tra quanto il potere ti dà e quanto ti toglie, perché il potere, prima di essere comando, è una postura, un modo di ascoltare poco e pretendere molto. Qui viene osservato con ironia e lucidità, ma sempre attraverso la sua conseguenza più interessante: la solitudine di chi, a forza di essere qualcuno, rischia di dimenticare chi è.
La Sardegna, intanto, scorre come territorio vivo, non come una banale cartolina da duty free. Una Sardegna di strade e paesi densi di silenzi, dove si è costretti ad ascoltare il sé interiore. Un’isola che, proprio perché concreta, diventa simbolica.
In questa traiettoria risiede la forza più seducente del libro. Giorgio Sercinu non è soltanto il potente da mettere alla berlina. È arrogante, fragile, intelligente, ridicolo, ferito, un personaggio che si lascia detestare e poi, pagina dopo pagina, osservare con curiosità. Follesa non lo assolve, ma non lo inchioda. Lo mette in movimento e in letteratura, spesso, muoversi significa cominciare a cambiare. La scrittura procede con ritmo sicuro, alternando dialoghi vivaci, intuizioni satiriche e aperture più intime. Si sorride, ma il sorriso non cancella la malinconia. Si riconoscono tic, vanità, piccole miserie del privilegio, ma dietro il teatro pubblico affiora qualcosa di più universale: il bisogno di essere visti senza uniforme.
Un Ferragosto è un romanzo perfetto da portare in viaggio, e non solo perché ne racconta uno. È un libro che sta bene tra un decollo e un atterraggio, quando si è sospesi tra due luoghi e forse anche tra due versioni di sé. Alla fine resta una sensazione precisa: possono cambiare il sedile o la vista, ma il bisogno di essere compresi resta uguale per tutti.



































