Finché siamo vivi abbiamo la possibilità di rimediare agli errori e realizzare chi siamo. Almeno questo dovremmo provare a fare. Perché non c’è nulla di più tragico di una vita sospesa. Dovremmo ricordarcene ogni giorno, in ogni scelta. Perché quando arriva la fine, il “giudizio” giunge forte e senza scampo. E non c’è più tempo. Ma quale giudizio? Divino? O umano? E che utilità avrebbe, se fosse di questa o quella natura? Non è forse inutile giudicare le vite di chi non c’è più? La meravigliosa sfumatura colta da Salvatore Satta in  Il giorno del giudizio, uno dei libri più importanti della letteratura italiana del Novecento, è un capolavoro. Pubblicato postumo nel 1977, il romanzo di Salvatore Satta – giurista nuorese capace di intrecciare antropologia, filosofia, poesia e diritto – mette in scena una sentenza finale con cui tutti, prima o poi, devono fare i conti.

La Nuoro raccontata da Satta è sospesa nel tempo, attraversata da memorie e osservata da un narratore che assume lo sguardo di un giudice silenzioso. I personaggi vengono chiamati uno a uno a rispondere di come sono stati al mondo. Ma la loro colpa, alla fine, non è morale né religiosa, bensì ontologica e universale, e coincide con la morte: il momento in cui si compie l’impossibilità di realizzare pienamente se stessi. Ovvero l’istante in cui la vita, che è azione e movimento, si vede costretta a fermarsi e a guardarsi. In questo senso, la colpa è davvero ontologica e non morale: non abbiamo fallito perché siamo stati cattivi, ma perché non siamo riusciti a compierci. Questo rende Il giorno del giudizio un libro durissimo e insieme pietoso nel quale nessuno è assolto, ma neppure condannato. Tutti sono, semplicemente, “esposti”.

Una chiave decisiva per comprendere meglio il pensiero dell’autore nuorese è offerta oggi da Angela Guiso, tra le più importanti studiose dell’autore. Critica e saggista, in “Salvatore Satta. Una biografia letteraria” (2025, Il Mulino), ne ricostruisce l’itinerario intellettuale attraverso materiali d’archivio, lettere e testi, compreso un inedito divertissement, una sorta di pausa letteraria nella quale Satta giudica se stesso, riprendendo implicitamente l’amato filosofo Blaise Pascal. Ne emerge un poeta profondamente attento alla vita, persino sorprendentemente ironico e affettuoso, capace di unire riflessione morale e coscienza storica ben oltre l’orizzonte sardo. Ma soprattutto, solo analizzando la sua opera collettiva emerge il vero senso del “giudizio”, inteso nella doppia veste dell’artista e del giurista.

In Il mistero del processo, spiega Guiso durante il convegno all’Accademia dei Lincei organizzato dall’Associazione editori sardi e patrocinato dal Presidente della Repubblica, Satta scrive: «Se noi contempliamo il corso della nostra esistenza, il breve corso della nostra vita individuale, il lungo corso dell’umanità, esso ci appare come un susseguirsi un intrecciarsi, un accavallarsi di azioni belle o brutte, buone o cattive, sante o diaboliche. La vita stessa, anzi, non è che un immenso fiume dell’azione umana, che sembra procedere e svolgersi senza una sosta. Ed ecco, a un dato punto, questo fiume si arresta, deve arrestarsi, se non vuole diventare un torrente folle che tutto travolga e sommerga. L’azione si ripiega su se stessa e docilmente, rassegnatamente, si sottopone al giudizio, perché questa battuta d’arresto è proprio il giudizio». Un atto dunque, spiega Guiso, contrario all’economia della vita, un atto anti-umano, che, se lo si considera bene nella sua essenza, non ha neppure uno scopo. L’uomo costruisce tutta la sua esistenza solo per giungere a questo ultimo atto.

Un pensiero che ritorna con forza anche in De profundis, opera a lungo incompresa, rifiutata da Einaudi, che Satta pubblicò con l’illusione – come scriverà amaramente – che l’uomo desideri davvero ascoltare il severo ammonimento socratico: conosci te stesso. «In realtà, ricorda Guiso – Satta non avrebbe voluto affermare altro che questo: riflettere sugli errori commessi per poterci conoscere». Nulla, però, è davvero comprensibile senza La veranda, opera prima che racconta i due anni di un giovane avvocato in un sanatorio di Merano. «Un tempo di tregua forzata, imposto dalla tisi che interrompe un’esistenza fino ad allora inscritta nell’azione e nel progetto. Qui la vita si arresta, il corpo impone i suoi limiti, e l’uomo è costretto a guardarsi dentro».

Già nelle prime pagine compare una frase che suona come una sentenza anticipata del Giorno del giudizio: «Come uomini, questi ammalati, messi a nudo, sembrano anime che traspaiono. Uomini spogliati di tutto, ridotti all’essenziale, senza progetto, più animali che uomini. Ma è qui, in questo destino sospeso – dice Guiso – che la morte fa il suo miracolo alla rovescia, perché fa percepire ciò che è intangibile, le anime. Sono tutte anime». Un momento di tregua, dunque, nella quale a fare da padrone è l’abitudine. «La vita nel sanatorio si ripete uguale a se stessa. Le domeniche identiche, i riti immutabili, la temperatura misurata ogni sera. Non ci si guarda davvero, eppure diventa impossibile immaginare la veranda senza che ciascuno occupi il proprio posto, senza quell’abitudine che diventa la condizione necessaria per poter riprendere a vivere, conoscerci, e arrivare a una confessione». Il momento della verità, come la intendeva Sant’Agostino. Satta raccoglie la sua penna e come un giudice scrive le biografie di chi si affida a lui. «Una confessione collettiva sulla scia del ricordo e nella tregua dell’abitudine».  L’uomo della Veranda aveva imparato un mestiere nuovo e difficile: vivere, prima che fosse tutto compiuto. Prima de Il giorno del giudizio. Il capolavoro del giudice che abbraccia con grande coraggio tutta la tragicità della vita.

Vi.Sa.