Edgar Allan Poe scrisse Alone nel 1829, poco dopo la morte della madre adottiva, Frances Allan.
Bellissimo, romantico, maledetto, dai modi eleganti e dagli occhi grigi e luminosi, Poe fu segnato molto presto dal dolore. Rimasto orfano da bambino dopo la morte dei genitori, venne accolto dalla famiglia Allan. Da ragazzo si legò profondamente a Jane Stanard, la madre di un suo caro amico, e la scomparsa di lei, avvenuta dopo una malattia mentale, fu uno dei primi grandi traumi della sua vita e lasciò un’impronta indelebile nella sua immaginazione.
Da allora la morte e l’oscurità divennero presenze costanti nella sua opera.
Fin da giovane raccontava di essere visitato da visioni e fantasmi che sembravano suggerirgli versi da annotare nel silenzio della sua stanza. Cominciò presto a bere, a fumare e a recitare pubblicamente le proprie poesie. La sua vita inquieta lo portò anche all’espulsione dall’università. Tornato a Baltimora, il suo fascino magnetico e il carattere tormentato alimentavano la leggenda e le ragazze del quartiere lo trovavano tanto irresistibile quanto inquietante.
Scrisse alcune delle sue opere più celebri, tra cui Manoscritto trovato in una bottiglia e L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall, il fantastico racconto del viaggio sulla Luna. Ma la sua esistenza rimase segnata dagli eccessi, dall’alcol e dall’uso di sostanze, nelle quali finivano spesso anche i pochi guadagni ottenuti con la scrittura.
La svolta più profonda arrivò con il matrimonio con la giovanissima cugina Virginia Clemm, affetta dalla stessa tubercolosi che aveva già portato via i suoi genitori. Virginia divenne il centro della sua vita. Quando morì, Poe precipitò in una disperazione dalla quale non si sarebbe più risollevato. A lei dedicò alcune delle pagine più intense della sua produzione poetica, mentre Il corvo gli regalò finalmente il successo letterario.
La fine fu avvolta dal mistero, come uno dei suoi racconti. Nell’ottobre del 1849 venne ritrovato per le strade di Baltimora, smarrito, vestito con abiti che non erano i suoi, in stato confusionale e preda di un delirio. Morì pochi giorni dopo senza che si riuscisse mai a chiarire con certezza la causa della morte. Continuò a invocare un enigmatico “Reynolds”, un nome che ancora oggi alimenta interrogativi e leggende.
Così si concluse la vita dell’uomo che aveva fatto della perdita la propria patria letteraria e che, forse, nell’ultimo istante credette di poter raggiungere ancora una volta la sua piccola Virginia, l’amore perduto al quale aveva consacrato il dolore più profondo.
Vi.Sa.



































