Dal principio del terzo millennio gli studi sulla terra d’Ichnusa si intersecano, talvolta sovrapponendosi, lungo due direttrici capitali: la gloriosa ventura dei centenari della Blue Zone, che gonfia di non poco orgoglio una regione che strizza l’occhio a una turistificazione sempre crescente, e ciò che invece è il tergo della medaglia di leggende primigenie e affidamento cieco ai domatori della sorte, quell’inganno esoterico che non poco impensierisce il CICAP (Comitato italiano per il controllo delle affermazione sul paranormale). In Sardegna è emergenza. Elevatissimo il numero di abitanti che ricorre a maghi e negromanti, per qualsiasi consulenza dal più innocuo presunto malocchio, fino alla fattura dei sette nodi del lenzuolo, commissionata, e profumatamente
pagata in Sardegna, alla fattucchiera che agirebbe sulla rottura di matrimoni e fidanzamenti. Se è ormai rara, ma ancora esistente, l’esposizione del lenzuolo della verginità, certificazione richiesta da suocere scettiche sulla virtù della futura nuora, in crescita il trend per il superamento degli esami universitari. Una schiavitù mentale da cui, secondo i più recenti rilevamenti dell’ Osservatorio Antiplagio e il GRIS (Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa), l’elevato titolo di studio non è affatto garanzia di salvezza. Se non tutto è perduto, nell’isola sarda, è grazie a quel matriarcato di fatto che, seppure meno noto, rientra nell’epifania del pensiero forte del Novecento. Poche le donne che divennero note, le altre sono affidate alla responsabilità della memoria privata, come la storia di Peppina Sedda, domina del lago di Gusana, barbaricina verace. Mentre pensatori e filosofi coevi si affannavano a dichiarare la morte di ogni dio e il tramonto della civiltà e l’inesorabile viatico di Pio X aveva già decretato l’inferiorità ontologica della donna d’intelletto, Peppina Sedda, minuta jana di Gavoi, tesseva trame di trascendenza per educare a distinguere tra il tesoro di una tradizione ancestrale e la truffa esoterica, e ancora, a separare il folclore dal dimostrabile, promuovendo spirito critico e pensiero scientifico. Peppina, deliziosa mariposa nei colori del suo abito tradizionale, non ha fatto mai confusione tra il dito e la luna. Donna genìosa, di quell’arguzia, che nella lingua dei padri, è raffinata da ironia e saggezza, forte dei suoi ventuno lustri, è custode di una sapienza antica che le permette non solo di perpetrare la propria stirpe, ma di vederla prosperare. Una moderna Ildegarda Von Bingen che maneggia con disinvoltura le epistole paoline, si muove con agio tra i moderni assunti del Concilio Vaticano II e l’ ecclesia domestica della Lumen Gentium.
Una fede lontana distanze siderali dalle traiettorie estetizzanti della superstizione, che inchioda l’esistenza in un’eterna infanzia vulnerata dalla minaccia del fato incontrollabile. Quella di Peppina è una fede matura, metafisica ontologica nutrita dalla ragione, che rifiuta di affogare nel dogma. Unico imperativo categorico per i suoi amati nipoti, radunati spesso nell’ara domestica di cui lei è solenne vestale: «Fidatevi solo di un modello incarnato d’amore», ieratica e irenica ad un tempo, nella sua saggezza che evoca la palma e l’alloro della Merope di D’annunzio. Il suo volto è un ipnotico arabesco di strade che sboccano nello sguardo liquido e verde come il suo lago. Sembra uscita dallo scalpello di Francesco Ciusa. Le sembianze di antica fata berbera aiutano a immaginarne le doti di curandera d’anime, nel suo solido orizzonte di senso. Mescola con l’aratro degli alari la brace del camino acceso, come aruspice alla ricerca di nuovi presagi, qualche istante prima di guardare negli occhi, a 105 anni, quell’eternità a cui iniziava a dare del tu e di cui non aveva apocalittico timore. «Se n’è andata il 29 febbraio. Una data impalpabile, legata all’anno bisestile, che ha il sapore di un presagio divino», confida Stefano Lavra, abiatico di Peppina, sibilla di Barbagia, che nel fulgore del portamento avrebbe dato filo da torcere anche al giudizio apodittico di Dante sulle conterranee di Ospitone.



































