Ci sono territori che ti obbligano a guardare le cose da vicino. In Calabria, Klaus Algieri ha imparato che dietro ogni numero ci sono le persone: negozi che resistono, imprese che rischiano, famiglie che provano a costruire un futuro. È da qui che nasce il suo modo di intendere il ruolo delle istituzioni economiche.
Alla guida della Camera di Commercio di Cosenza dal 2020 ha scelto di aprire, semplificare, digitalizzare: per rendere i servizi più accessibili e vicini alle imprese. Un cambiamento culturale che ha trasformato la Camera di Commercio in un modello osservato anche fuori regione.
Per Algieri, commercio, turismo e servizi non sono solo settori produttivi: sono presìdi di comunità. E lo sviluppo, prima di tutto, è relazione – tra economia e città, tra imprese e istituzioni, tra crescita e coesione.
Perché serviva cambiare?
Perché il ruolo delle istituzioni economiche non può essere quello di un “muro burocratico”, ma deve essere un ponte verso la crescita reale delle persone e delle imprese. In Calabria ho visto con i miei occhi che dietro ogni numero ci sono famiglie, negozi, imprese: questa responsabilità ci ha spinti a cambiare il modo di stare accanto alle imprese, con servizi non lontani e incomprensibili, ma vicini e concreti nella vita quotidiana delle comunità. È nostro dovere arrivare al cuore delle imprese: d’altronde sono loro gli “eroi silenziosi”, l’anima dell’intero Paese. Basti pensare che le Piccole e Medie Imprese rappresentano il 90% dell’intero tessuto imprenditoriale, il vero motore trainante dell’Italia.
Da dove siete partiti con la digitalizzazione?
Siamo partiti dall’ascolto dei bisogni reali delle piccole e medie imprese. Da qui è nato il Punto Impresa Digitale, insieme a una serie di strumenti pensati per comprendere il livello di competenze e accompagnare concretamente le aziende nella transizione digitale. Perché il digitale, per noi, non è un concetto astratto, ma un insieme di strumenti che devono funzionare nella quotidianità dell’imprenditore.
Investire nella formazione significa rendere tutto questo possibile, ed è ciò che abbiamo fatto attraverso laboratori digitali, webinar, corsi e giornate di studio: occasioni costruite su misura per semplificare il lavoro dell’imprenditore di oggi e preparare quello di domani.
“Modello Cosenza”: cosa significa davvero, in concreto?
Significa aprire, semplificare, connettere. Con iniziative come #OpenCameraCosenza e #ModelloCameraCosenza abbiamo trasformato la Camera di Commercio in un organismo aperto, accessibile e digitale. Un modello riconosciuto anche a livello internazionale — ad esempio tra i casi di studio dell’OCSE — perché i corpi intermedi devono tornare a essere luoghi di dialogo tra imprese, istituzioni, cittadini e territorio.
In concreto, questo si traduce in servizi e strumenti immediatamente utili alle imprese:
• dati trasparenti e aggiornati in tempo reale sul territorio, fondamentali per decidere e programmare;
• servizi digitali semplici e accessibili;
• spazi di confronto diretto, come il Parlamento delle Imprese, pensati per dare voce a chi fa impresa ogni giorno.
Qual è stato l’ostacolo più grande lungo questo percorso?
L’ostacolo più grande è stato cambiare la cultura organizzativa: spostare il focus da procedure chiuse e lente a relazioni reali, ascolto e responsabilità condivisa. Cambiare non significa soltanto adottare tecnologie, ma cambiare mentalità, radicando la digitalizzazione nella responsabilità verso il territorio e i suoi attori economici.
In che modo avete davvero semplificato la vita alle imprese?
Abbiamo digitalizzato processi, servizi e dialogo:
• nuove sezioni web con dati attivi sul tessuto
economico;
• sportelli 4.0 anche nelle aree decentrate, per evitare spostamenti inutili;
• dialogo continuo con associazioni di categoria,
sindacati e altri corpi intermedi, per costruire
soluzioni condivise e sostenibili.
La semplificazione non è solo tecnologia: è efficienza che fa risparmiare tempo, risorse e opportunità alle imprese.
Un risultato concreto di cui è particolarmente soddisfatto.
Uno dei risultati di cui vado più fiero — perché racconta bene il nostro modo di intendere responsabilità, prossimità e valore pubblico radicato nei territori — è che il modello della Camera di Commercio di Cosenza non è rimasto un’esperienza locale, ma si è affermato come riferimento per l’innovazione amministrativa e organizzativa, in Italia e anche all’estero. Questo approccio è stato riconosciuto e studiato da importanti istituzioni accademiche internazionali. SDA Bocconi ha dedicato una ricerca approfondita al nostro modello user-centric di creazione di valore pubblico, inserendolo nella propria banca dati dei casi didattici accanto a esperienze di grandi organizzazioni globali. Un riconoscimento che non vive di simboli, ma che conferma come un’azione pubblica fortemente radicata nel territorio possa diventare oggetto di apprendimento e trasferibilità su scala più ampia. Negli anni, la stessa comunità accademica ha inoltre premiato la nostra esperienza con il Premio Valore Pubblico, per il Piano dei fabbisogni del personale e per modalità di reclutamento innovative, capaci di mettere al centro le persone e di innovare la pubblica amministrazione in modo sostenibile e coerente con le esigenze delle imprese.
In una chiave più culturale e territoriale, un altro risultato di cui sono particolarmente orgoglioso è la collaborazione con la Fondazione Adriano Olivetti, da cui è nato il Premio Nazionale Adriano Olivetti. Un progetto che promuove innovazione, sostenibilità e responsabilità sociale nelle imprese e nelle scuole italiane, ispirandosi a una visione umanistica e comunitaria dell’impresa che sentiamo profondamente nostra.
Tutti questi riconoscimenti – insieme alla fiducia delle imprese, al dialogo continuo con i corpi intermedi e alla misurazione concreta dell’impatto dei nostri servizi – rappresentano per me la prova più tangibile che stiamo costruendo sviluppo condiviso, fiducia e qualità della vita dal basso. Non sono teorie: sono strumenti che incidono davvero sulla vita di chi vive e lavora nel territorio.
Questo modello può essere replicato anche altrove, o richiede condizioni specifiche?
Il modello può essere replicato ovunque ci sia una volontà reale di lavorare con responsabilità e legami forti con i corpi intermedi del territorio. Non è una ricetta magica: richiede ascolto, adattamento alle specificità locali e impegno continuo, non un semplice “copia e incolla”. Ma le buone idee crescono dove ci sono fiducia e responsabilità condivisa.
Digitalizzazione, sostenibilità, lavoro in rete, attenzione alle imprese e ai cittadini: di cosa si sente più orgoglioso dopo quasi vent’anni ai vertici del sistema calabrese?
Mi sento particolarmente orgoglioso di aver radicato nell’azione pubblica l’idea che digitalizzazione e sostenibilità non siano fini, ma leve per migliorare la vita delle persone e la competitività delle imprese. Portare l’esperienza calabrese al Parlamento Europeo delle Imprese per parlare di sostenibilità che parte dai territori e dalle PMI ne è un esempio concreto: le sfide globali si affrontano dal basso, rasoterra, con responsabilità e connettendo persone e comunità.
Accanto ai dati, quanto contano le storie, i territori, la vita quotidiana delle persone? Cosa rischiamo di perdere se il legame tra imprese e territorio si indebolisce?
I dati sono fondamentali, ma da soli non raccontano tutto senza le storie e il tessuto umano che li anima. Se il legame tra imprese e territorio si indebolisce, rischiamo di perdere radicamento, fiducia, coesione sociale e identità collettiva. Abbiamo investito, ad esempio, nel Parlamento delle Imprese e in progetti che favoriscono narrazioni condivise, perché le persone sono al centro dell’economia reale.
Per questo ci siamo aperti completamente, non solo alle imprese ma all’intero territorio e ai cittadini. Penso ai nostri nuovi spazi, come l’Elaioteca Dieta Mediterranea, che raccoglie il meglio delle eccellenze enogastronomiche calabresi, o l’Officina delle Idee Adriano Olivetti, luogo autogestito e spazio ideale per mettere a punto nuove idee, progetti e visioni. Ma penso anche alla rinnovata Biblioteca o al Museo delle Imprese e Metrico. È l’intero territorio a beneficiarne.
Il Sud vive tra difficoltà strutturali e nuove opportunità: dove vede oggi l’equilibrio tra sviluppo economico e qualità della vita?
Credo che l’equilibrio si trovi quando lo sviluppo economico è inclusivo, sostenibile e radicato nel tessuto sociale reale. Le opportunità non sono lontane o astratte: sono nelle persone, nelle imprese locali, nelle reti di relazione che costruiscono valore insieme alle istituzioni. Investire in competenze, sostenibilità, connessioni e fiducia significa creare sviluppo per la qualità della vita, non a discapito di essa.
In molti contesti il turismo e le nuove attività stanno trasformando quartieri e centri abitati. Come si può governare questa crescita tutelando le comunità locali e l’identità dei territori?
Crescere senza escludere chi vive un territorio significa mettere al centro le persone e le comunità, non soltanto i flussi turistici o gli investimenti esterni. È qui che si gioca la responsabilità delle istituzioni e dei corpi intermedi – dalle Camere di Commercio alle associazioni di categoria, fino ai Comuni – chiamati a costruire strategie in cui sviluppo economico e qualità della vita procedano insieme. In concreto, questo vuol dire coinvolgere chi abita i luoghi nelle scelte che li riguardano, dai processi di riqualificazione urbana alla gestione delle attività commerciali e ricettive. Significa promuovere un turismo sostenibile, capace di valorizzare cultura, tradizioni e identità locali senza snaturarle, e creare strumenti di supporto che permettano alle imprese del territorio di beneficiare della crescita, senza essere sostituite da grandi operatori esterni. Ma soprattutto vuol dire rafforzare le reti tra imprese, cittadini e istituzioni, perché solo attraverso il dialogo e la conoscenza dei bisogni reali di chi vive quei luoghi si può governare il cambiamento, evitare fenomeni di gentrificazione e mantenere viva la comunità. La crescita, quindi, non è solo numerica ma è coesione, fiducia, legame con il territorio.
Quando le istituzioni lavorano in modo sostenibile e dal basso, il turismo diventa un’occasione per rafforzare l’identità, non per cancellarla.
Alla fine, la trasformazione digitale non è una questione di strumenti, ma di sguardo. Conta la capacità di tenere insieme innovazione e prossimità, efficienza e relazione con i territori. Quando le istituzioni riescono a farlo, la tecnologia smette di essere un fine e diventa una leva per costruire fiducia, lavoro e futuro condiviso.