Assenze, ritardi, verifiche: il registro elettronico anticipa tutto. E nel tempo guadagnato si perde, forse, l’esperienza di raccontare un successo o una caduta.

Tutto arriva in anticipo, ordinato, notificato.
I risultati delle verifiche non viaggiano più negli zaini, non aspettano il ritorno a casa. Non passano da un racconto. Arrivano già detti.

Si è perso, in questo scarto di tempo azzerato, il momento in cui un bambino — non ancora un ragazzo delle superiori, ma già affacciato al mondo dei grandi — rientrava con il quaderno in mano e un sorriso trattenuto, pronto a raccontare quell’otto tanto atteso.
O, al contrario, il tempo dell’esitazione, dello sguardo basso, della fatica di spiegare un quattro.

Accade sempre più spesso che siano i genitori a conoscere per primi l’esito delle verifiche e a comunicarlo ai figli. Un passaggio che sposta il racconto: così com’è andata un’interrogazione, cosa è stato difficile o cosa ha funzionato, smette di appartenere a chi l’ha vissuta.

Restano solo il numero, la media, semmai il recupero.
Forse, insieme al registro elettronico, stiamo sottraendo ai ragazzi uno spazio minimo ma necessario: quello in cui un voto non è soltanto un dato, ma un’esperienza da attraversare, da raccontare, da portare con sé, anche solo per qualche ora.