Il mondo, ciò che resta, sia dei poeti. Di coloro che ancora colgono l’essenza delle cose, anche solo i colori e i sapori più intensi, le striature del bosco immenso, le parole perse. Quanta bellezza del vivere perdiamo ogni giorno?
Ma tu dammi l’incanto – e dammi la parola incanto/ dammi il mare e dammi la parola mare/ e il cielo dimmi – se c’è, la parola che lo può chiamare/dammi lei sotto la pergola – e dammi la parola amore (…), scrive – o grida – Davide Rondoni nei suoi Sette canti contro lo Scontento (Garzanti, 2026).
Sette, come le virtù, i giorni della creazione, i sigilli. Sette il numero degli iniziati, che si trasformano dolorosamente in qualcosa di migliore, senza scampare mai alle lame della notte. Canti, come quelli di Leopardi, ed Ezra Pound, che fece un festival di parole e poesia, pensieri e persone, ma nella sua testa: troppo misero il mondo, oggi come allora, per capire il poeta, tanto da pensare di chiuderlo in una gabbia come un cane. Canti capaci di tenere insieme le contraddizioni, i salti, il bianco e nero che vibrano insieme. Ciò che ci tiene vivi. Perché tutto oggi sembra volare via vuoto, non denso, di serie, non unico, commercializzato, non amato, tra le noncuranze della superficie, i promo wellness sul display, la finta ecologia senza sentimento, e le miserie di un’umanità senza letizia, tanto da alimentare la personificazione del protagonista di queste pagine che sono un campo di bellezza e di battaglia: lo Scontento. Quello che vediamo nei volti delle persone, spesso arrese, trionfante. Ci ha pensato il poeta a scovarlo, a dargli un nome, a parlarci in modo sfrontato in questo libro di versi, che sono tante lame sul cuore, perché ci siamo disabituati a sentire, perché ci siamo disabituati a capire, e invece loro, le parole, incalzano, svegliano, scuotono.
Soffiami nella bocca roseti e nuvole, scrive Rondoni, perché basta anche solo un frammento di questi canti ricordare quanta bellezza c’è. E quanto sia misero questo nullificare ogni cosa al quale ci siamo ridotti, colmi di prodotti, del tutto subito, senza che questo ci faccia, nonostante tutto, vincere contro lo Scontento.
Gli infelici, quanti sono, quanti siamo? Ma il poeta gioca a scacchi contro questa morte, schermaglia e punge. Perché “Io è della tempesta”, grida, urla, nel suo Prologo, e non dello Scontento, che ti fissa, ti mastica. No. l’Io è della tempesta.
Un canto disperato ma composto, di resistenza, di bellezza che fa male, distillata come la rugiada che giace sul fango. È Simon Weil che ha capito tutto, è Modigliani tormentato, è Nureyev sulla neve, è il quadrato bianco su quadrato bianco di Malevich che non trova più le parole. E’ l’amore coi suoi lentissimi passi, come il vento d’aprile che muove poco le foglie. E’ l’intensità che si fa verso, tra il vissuto e i pensieri del poeta. Tra Mario Luzi, Beato Angelico, Marco Castoldi, Simone Cristicchi riccio e cortese e tutti coloro che il poeta ha voluto con sé, in questo Canto che si trasforma in coro.
Sette canti in sette città, tra sudore, lacrime, e meraviglia. Un dono prezioso agli abitanti della contemporaneità che devono decidere, ora, se arrendersi o lottare.
“Non avrai l’altezza delle beatitudine/avrai il fuoco, l’ustione – posa le labbra alle vetrate della solitudine”. Perché tutto ciò che è buono si complica. E Se non rivolta il cuore/ Ogni sentire muore.
C’è ancora tempo per essere poesia.



































