Grazia Deledda

Grazia Deledda, quante riflessioni e quante meraviglie. A Duecento anni dal Nobel, Neria De Giovanni,  saggista, biografa e critica letteraria italiana tra le più importanti studiose della scrittrice sarda, ci rivela aspetti inediti della sua vita. “Grazia Deledda. Roma è la mia meta” propone finalmente un’analisi approfondita e originale del rapporto tra la scrittrice sarda e la città di Roma.

Come si svolgeva concretamente la vita romana di Deledda?

Sempre attraverso le testimonianze dirette della sua corrispondenza ed indirette dei suoi amici che andavano a trovarla, sappiamo che la mattina Grazia amava dedicarsi alla corrispondenza con cui sempre, anche quando abitava a Nuoro, promuoveva e presentava se stessa e le proprie opere. Poi c’era la cura della casa, con aiuti domestici spesso ragazze sarde o del paese del marito nella Bassa padana. Si interessava anche della cucina: quando il messo della Ambasciata di Svezia l’11 novembre 1927 andò a consegnarle la notizia del Premio Nobel, lei stava preparando il sugo con un trito di cipolla. Le ore pomeridiane erano invece destinate allo studio e alla scrittura, pertanto i figli sapevano che non dovevano far chiasso perché “la mamma scriveva”. A sera Grazia riceveva spesso visite da parte degli scrittori amici oppure dopo cena, che preparava personalmente, si tratteneva nel suo studio a leggere e studiare. Spesso si recava col marito ad assistere a conferenze a pagamento come si usava all’epoca o a concerti e rappresentazioni liriche al teatro Costanzi oggi Teatro dell’Opera di Roma, o all’Augusteo.

Quali incontri e relazioni intellettuali furono determinanti per la sua affermazione nella Roma culturale dell’epoca?

Angelo De Gubernatis eminente storico della letteratura italiana con cattedra alla Sapienza, direttore di riviste prestigiose, fu sicuramente il suo mentore visto che aveva contribuito a lanciarla già sulle sue riviste. Anche Epaminonda Provaglio direttore delle riviste femminili popolari dell’editore Perino, “Ultima moda” e “Il paradiso dei bambini”, firmando con lo pseudonimo femminile Contessa Elda di Montedoro, gli fu vicino fino a farle battezzare due figli. Conobbe personalmente scrittori come Luigi Pirandello, il cui rapporto non fu poi propriamente amichevole, Giovanni Cena, Edmondo de Amicis, ecc. Tutt’altro che isolata durate la sua vita romana, Grazia frequentò invece i salotti letterari e la famosa terza saletta del Caffè Aragno in via del Corso, che vedeva riuniti letterati, pittori, deputati e ministri.  Fu amica della contessa Ersilia Lovatelli Caetani nel cui salotto giallo di Piazza Campitelli conobbe personaggi illustri del momento, tra cui Antonio Fogazzaro. Fu spesso ospite del salotto letterario della Signora Maraini promotrice anche degli itinerari culturali a Palazzo Madama. Invitata ai tè della Regina Margherita sua affezionata lettrice. Inoltre ebbe buona conoscenza con le scrittrici ed artiste più affermate: Eleonora Duse che nel 1916 scelse di interpretare il suo unico lungometraggio tratto dal romanzo “Cenere” di Grazia Deledda, Matilde Serao, più volte incontrata a Roma, Sibilla Aleramo che scriveva nelle stesse riviste romane, Ada Negri, Camille Mallarmè, moglie di Paolo Orano, che scrisse per Deledda e  Duse un bellissimo ritratto  sulla rivista parigina “Les écrits nouveaux”, descrivendole come due donne straordinarie.

In che modo il rapporto con Roma trasformò la scrittura di Deledda?

I romanzi e racconti che pubblica fin dagli anni del suo trasferimento in Continente, dimostrano  le radici sarde come “Elias Portolu” uscito a puntate già nel 1900 o “Cenere” del 1904, ma insieme sono anche gli anni in cui alternativamente escono romanzi e racconti ambientati a Roma, in cui Deledda si cimenta con una ambientazione molto diversa da quella della sua Sardegna agro-pastorale.

E non è soltanto ovviamente la descrizione dei luoghi minuziosa come sempre che cambia ma con essa soprattutto il tentativo pienamente riuscito di comprendere la psicologia e la vita delle persone non sarde con cui via via si trovava a contatto. Certamente Roma con la sua vivacità culturale e la possibilità di rapporti personali ampi trasformarono lentamente la sua penna fino ad arrivare a romanzi come “La danza della collana” del 1924, che per alcuni dettagli descrittivi possiamo immaginare essere ambientata a Roma, ma la cui vicenda sfuma in un approfondimento psicologico dei personaggi. Anzi sconfessando chi voleva vedere in Deledda una scrittrice verista, in questo romanzo si potrebbe addirittura ipotizzare una conclusione magico-esoterica.

Oggi cosa c’è dove un tempo sorgeva la sua casa?

L’ultima casa, quella tanto amata e descritta in numerose novelle soprattutto per il giardino e un imponente cedro del Libano, era in via Porto Maurizio numero 14, oggi purtroppo come buona parte di quelle villette demolita per far posto ad una urbanizzazione più popolare accanto al Policlinico.

Adesso si chiama via Imperia. Tutto il quartiere Nomentano è minuziosamente descritto in molte novelle, per esempio in “La casa del poeta” parla proprio degli ambienti interni di questo villino e in “La Roma nostra” Deledda racconta nel dettaglio tutte le vie del quartiere Italia chiudendo proprio con: “Via Porto Maurizio è ancora l’arteria che, dopo Via Forlì, dà lustro al quartiere; da questo quieto porto noi, del resto, siamo un bel giorno salpati, come avventurosi stracittadini, verso i mari gelati e le metropoli scintillanti ai confini della terra abitata; da esso, un altro bel giorno, in una barca d’ebano decorata d’oro e lieta di ghirlande di rose, salperemo verso il paese dei cipressi, che ci sembra qui limitrofo, ed è invece oltre i confini della terra.”

Cosa ancora non è emerso su questa straordinaria figura?

Ho scritto 18 libri sulla vita e l’opera di Grazia Deledda, avventurandomi tra le sue lettere, alcune inedite di una sua collaborazione con la “Rivista letteraria” di Napoli che ho potuto pubblicare grazie al dono di un amico. Oppure ho approfondito il tema dell’eros scatenato quasi sempre dalla forza delle sue protagoniste o ancora la sostanziale debolezza del maschio barbaricino, anche se bandito o prete o possidente, di fronte alla fascinazione femminile o alla forza del destino.

Ancora, ho cercato di capire l’influenza antropologica e letteraria nei suoi scritti della cucina, dal maialetto sardo alla polenta padana fino ai pesci di Cervia. E ancora ho approfondito l’importanza della spiritualità e della coscienza morale ed etica dei suoi personaggi.

Credo che una ricca ed affascinante esplorazione, ancora pregna di sorprese, possa essere la sua capacità di essere lettrice di opere di altri scrittori.