Dublino

di Paolo Sorrentino
Docente Filosofia e Teoria dei linguaggi
Università IULM di Milano

La prima cosa che colpisce l’overseas – il turista d’oltremare – che passeggia per le strade di Dublino è il senso di confusione e decadimento (dell’architettura), la sensazione di grigiore e di sporcizia (dei marciapiedi), l’impressione di pericolosità (degli sbandati).

Murales Bang BangIn altre parole è come se una forma di oscurità – darkness – fosse eletta a tratto dominante per tradursi e stratificarsi su ogni piano e livello che compone il tessuto urbano della capitale dell’Irlanda, a partire dall’iconica veduta sulla città dalla Sandymount Strand, dal movimento delle nuvole basse nel cielo, dalle tinte grigie del calpestio, fino al fondo nero dell’impenetrabile Liffey e del Grand Canal. E ancora nello stile gotico dei pub vittoriani, nel colore della Guinness, nella fanghiglia mista a sporcizia lasciata per strada. Così di sovente il rapporto fra il visitatore e la città inizia con un corpo a corpo con la pioggia, il pantano, e sovente il rifiuto lasciato dalla sera precedente, o forse da altre sere passate. Queste tracce umane e quotidiane a Dublino si intrecciano con le vicende storiche e politiche. Di questa esperienza si trova traccia nella letteratura recente. Basti citare il brano con cui Sean O’Reilly – uno fra i più talentuosi scrittori irlandesi – apre The Swing of Things (2004), il suo romanzo ambientato nella Dublino contemporanea. Lo sguardo del protagonista, Noel Boyle, ci restituisce una fulgida immagine del fiume Liffey:

Il fiume era basso e stagnante nel suo letto di pietra color grano. Ombre angolari di edifici e guglie si stendevano sotto la superficie, colorate di verdi e marroni e di brevi zone d’azzurro provenienti dal cielo, il cielo in movimento. Il verde era il riflesso di un antico arazzo di erbacce e muschio appeso alle mura per tutto il percorso regale attraverso la città fino al mare.

Ma se tale visione può apparire ancora troppo romantica e/o trasparente, ecco che Noel Boyle ci trasporta in una epifania che non lascia spazio all’illusione:

Sotto il riflesso torbido, avrebbe potuto scorgere l’oggetto apocalittico sommerso nel letto melmoso del fiume: un carrello della spesa, un telaio metallico di finestra, un pneumatico di trattore, un lungo ramo storto e frondoso, una poltrona, un fusto di birra. Reietto platonico […].

Questa attenzione al fiume richiama in superficie l’origine acquatica, limacciosa, oscura della città. Un senso che la città porta in dote fin dall’origine del nome “Dublin”, cioè Duibh Linn, un toponimo gaelico la cui traduzione inglese, Dark Tild Poll, rinvia all’immagine di un acquitrino scuro formato dalla marea. Il tratto acquatico ritorna anche nel nome irlandese della città, Baile Átha Cliath (Town of the Hurdle Ford), onnipresente nei souvenir, un toponimo che si riferisce ad un punto di guado del fiume Liffey, situato presso l’attuale Father Mathew Bridge.

Pub the cobblestone a DublinoIl turista quindi non deve farsi ingannare dall’oscurità (o dalla sporcizia). La città chiede di essere percepita e vissuta secondo il proprio sistema di valori. In tal modo si rivela una città densa, stratificata, complessa. Una città mitica. Resa eterna dai racconti dei suoi artisti, scrittori, musicisti, poeti, ma al contempo intimamente fragile per la sua storia sociale, materiale e politica. Una città creativa. Che gioca con le doppie negazioni, mette allo scoperto i paradossi, spesso scavando nel fondo della coscienza, ma alla quale non piace prendersi troppo sul serio. Una città indipendente. Che nella sua lunga storia ha mostrato di agire e patire fino all’estremo per garantire la propria affermazione e sopravvivenza.

 È fin troppo scontato ricordare come questo modo di essere e di fare sia inscritto indelebile nell’opera di James Joyce. Si prenda l’Ulysses (1922), il racconto denso di humor delle esperienze di tre Dubliners nel corso di un singolo giorno, il 16 giugno 1904, oggi conosciuto come Bloomsday. Il testo aggancia la struttura del poema omerico tessendo una serie di rime antifrastiche fra Leopold Bloom e Odisseo, Molly Bloom e Penelope, Stephen Dedalus e Telemaco. Al contempo si presenta come uno specchio in cui si riflette la natura della città: sia dal punto di vista morale, toccando i temi dell’antisemitismo, della sessualità, del dominio coloniale, del nazionalismo, sia da quello materiale, includendo la dettagliata descrizione della città e della forma di vita dei sui cittadini. D’altra parte questa cura del dettaglio rivela il tratto di evanescenza della città, che si traduce in una passione indicibile dei suoi abitanti, basata sul terrore di vederla un giorno scomparire, a causa di un’inondazione, di un’invasione, o del fuoco. L’emblema della città raffigura tre castelli in fiamme. Così si capisce meglio perché lo stesso Joyce affermava che se Dublino “Un giorno, se scomparisse improvvisamente dalla Terra, potrebbe essere ricostruito a partire dal mio libro”. L’Ulysses, appunto. Oggi si può passeggiare per le strade della città con questo libro in mano e ritrovare, anche grazie alle numerose insegne che la rendono un paratesto, i luoghi dell’Odisseo irlandese.

Segue nel prossimo numero