Arrivano le elezioni e siamo già bersagliati a destra, sinistra e centro, dalla propaganda politica e dalla demagogia. Due parole che utilizziamo spesso come sinonimi, ma che non indicano esattamente la stessa cosa. La propaganda è l’insieme delle tecniche attraverso le quali si cerca di orientare opinioni e comportamenti; la demagogia è una modalità del discorso politico che cerca il consenso facendo leva soprattutto sulle emozioni, sui desideri e sulle paure del pubblico, spesso attraverso semplificazioni e promesse capaci di assecondarlo. Il problema è che entrambe funzionano. E funzionano anche su di noi.
Pensiamo infatti di essere manipolabili soltanto quando crediamo a una notizia falsa. Ma la propaganda più efficace non ha necessariamente bisogno di mentire. Può selezionare alcuni fatti e ometterne altri, ingigantire un problema, scegliere una parola al posto di un’altra, stabilire di cosa dobbiamo parlare per una settimana, indicare un colpevole, creare un’associazione emotiva. Può persino utilizzare esclusivamente fatti veri e costruire, attraverso la loro selezione, una rappresentazione profondamente distorta della realtà.
Come possiamo difenderci?
Un buon punto di partenza è molto antico: imparare a riconoscere quando un ragionamento smette di essere un ragionamento. Aristotele, nelle Confutazioni sofistiche, studiava già le argomentazioni che sembrano confutazioni senza esserlo davvero. Oggi le chiamiamo comunemente fallacie logiche e, a distanza di più di duemila anni, basta ascoltare un dibattito politico o scorrere per qualche minuto i social per ritrovarne moltissime.
Se attaccano la persona, cerchiamo l’argomento.
Una delle più frequenti è l’argumentum ad hominem: invece di rispondere a ciò che qualcuno sostiene, si attacca chi lo sostiene. È di destra. È comunista. È un radical chic. È fascista. È incompetente. È un privilegiato. È un buonista. Può darsi persino che alcune definizioni siano corrette. Ma non dimostrano che l’argomento sia falso. È una distinzione fondamentale perché la politica contemporanea tende continuamente a trasformare le questioni in identità.
Esiste poi l’ignoratio elenchi: si dovrebbe dimostrare una cosa e se ne dimostra un’altra. Nel dibattito pubblico assume una forma molto riconoscibile. Si pone una domanda scomoda e la risposta sposta immediatamente l’attenzione altrove. Per difendersi basta esercitare una piccola disciplina mentale: qual era la domanda iniziale? Sembra banale. Non lo è affatto.
C’è poi la fallacia dell’uomo di paglia. Consiste nel prendere la posizione dell’avversario, semplificarla o deformarla fino a renderla assurda e poi attaccare quella versione più debole. È molto più facile sconfiggere una caricatura che un’idea complessa. Quando sentiamo frasi come “quindi secondo voi dovremmo…” oppure “la sinistra vuole…”, “la destra pensa che…”, fermiamoci un momento: qualcuno ha veramente sostenuto quella posizione in quei termini? Spesso scopriremo di no.
La maggioranza non trasforma un’affermazione in verità.
“Lo sanno tutti.” “Gli italiani vogliono questo.” “La gente è stanca.” “Il Paese chiede…”. È l’argumentum ad populum: utilizzare la popolarità di una convinzione come prova della sua verità. Ma un milione di persone può credere una cosa falsa esattamente come può farlo una persona sola. Quando qualcuno invoca “gli italiani”, “la gente”, “il popolo”, la domanda da fare è quindi molto concreta: quali italiani? Quanti? Secondo quale dato?
Correlazione non significa causa.
Un altro errore antichissimo è il post hoc ergo propter hoc: un fenomeno avviene dopo un altro, dunque il primo deve aver causato il secondo. Oppure due fenomeni crescono contemporaneamente e quindi vengono presentati come legati da un rapporto di causa ed effetto. È una delle trappole più potenti della comunicazione politica perché consente di costruire spiegazioni semplicissime per fenomeni estremamente complessi. È aumentato X da quando è successo Y. Dunque Y ha causato X. Forse. Ma non necessariamente. La domanda da fare è: abbiamo dimostrato il rapporto causale o abbiamo soltanto messo due numeri uno accanto all’altro?
Quando ci fanno arrabbiare, aspettiamo.
Questa forse è la regola più difficile. La propaganda ha bisogno della velocità. Il pensiero ha bisogno di tempo. Indignazione, paura, disgusto, senso di appartenenza sono straordinari acceleratori della condivisione. Se un contenuto ci fa venire immediatamente voglia di commentare, insultare qualcuno o inoltrarlo a dieci persone, quello è precisamente il momento in cui dovremmo fare il contrario. Aspettare. Perché la comunicazione politica contemporanea conosce perfettamente il valore del pathos. E le piattaforme digitali hanno aggiunto qualcosa che Aristotele non poteva prevedere: un sistema economico che premia proprio ciò che produce reazione. Slogan, ripetizioni, contrapposizioni identitarie, frame e meme costruiscono appartenenze molto più velocemente di quanto costruiscano ragionamenti. “Quelli contro noi.” “La gente vera.” “Prima noi.” Non descrivono soltanto il mondo. Disegnano un confine. Da una parte noi, dall’altra loro. Ed è qui che il cittadino rischia di trasformarsi in tifoso.
C’è poi un esercizio quasi noioso, ma democraticamente rivoluzionario: risalire alla fonte. Non “l’ho letto”. Dove? Non “ci sono i dati”. Quali? Non “lo dice uno studio”. Quale studio? Non “è successo”. Quando? E soprattutto: il numero che mi stanno mostrando rispetto a cosa è grande o piccolo? Un dato senza denominatore, una percentuale senza valore assoluto, una crescita senza serie storica, un sondaggio senza campione possono raccontare una realtà molto diversa da quella che apparentemente certificano.
La propaganda non agisce soltanto attraverso ciò che dice. Agisce attraverso ciò che rende visibile. Se per giorni televisioni, social e politica discutono ossessivamente dello stesso argomento, la domanda non dovrebbe essere soltanto “che cosa ne penso?”, ma anche: perché sto pensando proprio a questo? E ancora: che cosa sta succedendo nello stesso momento di cui non sto parlando? È uno dei passaggi decisivi dell’autodifesa informativa: non permettere che qualcuno scelga per noi non soltanto le risposte, ma persino le domande.
Recuperiamo le parole.
Quando la ragione si spegne, anche il linguaggio perde misura. Il discorso scivola nello slogan, l’esaltazione prende il posto della moderazione, la ripetizione sostituisce l’argomentazione. E progressivamente si restringe persino il lessico con cui siamo capaci di pensare il mondo. Una società che dispone soltanto di “amici” e “nemici”, “patrioti” e “traditori”, “buoni” e “cattivi”, “noi” e “loro” diventa incapace di rappresentare la complessità. E ciò che non sappiamo più nominare diventa molto più difficile persino da pensare. Per questo difendere la democrazia significa anche difendere il linguaggio.
La parola non è uno strumento per dominare l’altro, ma spazio nel quale interlocutori liberi possono sottoporre reciprocamente le proprie affermazioni alla critica. È quasi l’opposto della comunicazione politica contemporanea, quando il criterio decisivo diventa: non “è vero?”, ma “funziona?”. Funziona uno slogan. Funziona un nemico. Funziona un video di quindici secondi. Funziona una frase estrapolata. Funziona un creator. Funziona un contenuto che provoca rabbia. Like, reach ed engagement possono allora sostituire progressivamente criteri assai più scomodi: prove, fonti, argomentazioni, verificabilità. È il passaggio dal logos alla performance. E forse la nostra prima difesa consiste proprio nel rifiutarci di giocare questa partita.
Infine Kant ci offre un test semplice: domandarci se la regola che stiamo accettando potrebbe valere universalmente senza contraddizione e se stiamo considerando le persone come fini oppure utilizzandole come mezzi. Proviamo ad applicarlo anche alla propaganda. Accetteremmo lo stesso principio se fosse utilizzato contro di noi? Considereremmo legittimo lo stesso comportamento se a compierlo fosse il partito che detestiamo? Giudicheremmo accettabile quella privazione di un diritto se riguardasse noi? Se la risposta cambia quando cambia la maglia della squadra, forse non stiamo più ragionando. Stiamo tifando.



































