di Irene Testa
Sandro ha 25 anni. Ma la sua infanzia è finita quando ne aveva appena cinque. A cinque anni viene allontanato dalla sua famiglia. Una famiglia troppo fragile, troppo segnata dal dolore e dalle difficoltà. I servizi sociali portano via tutti i fratelli. Da quel momento la sua vita diventa un susseguirsi di case, comunità, persone che entrano ed escono dalla sua esistenza. Un bambino che avrebbe avuto bisogno di certezze, di affetto, di qualcuno che gli dicesse: “Da oggi non sei più solo”. A quindici anni ritrova un fratello biologico. Quello che avrebbe potuto essere un momento di rinascita si trasforma invece nell’inizio della discesa. Arrivano le sostanze, i piccoli furti per procurarsi la droga, la strada.
Intanto, nella sua mente qualcosa si rompe. Ma nessuno riesce davvero a capire cosa. Per alcuni è bipolare. Per altri soffre di un disturbo antisociale di personalità. Altri ancora parlano di schizofrenia. Diagnosi diverse, terapie diverse, nessuna risposta definitiva.
Nel frattempo Sandro continua a precipitare. Passa dal carcere minorile alle comunità. In alcune sembra rifiorire. Ricomincia a sorridere, a rispettare le regole, a sperare. Poi, però, ogni volta qualcosa si spezza. Ricade. E tutto ricomincia da capo. Diventa adulto. E con l’età adulta arriva il carcere. Ma il carcere non è un ospedale. E la malattia mentale non si cura dietro una porta blindata. Quando entra in carcere, Sandro è ormai completamente dissociato dalla realtà. Vive in un mondo tutto suo. Crede di essere un uomo di colore. Mangia il cibo da terra. Urina nella cella. Parla da solo. Delira. Di fronte a quella sofferenza viene finalmente trasferito in una REMS, dove riceve cure adeguate. Le terapie funzionano. Piano piano riaffiora la persona che era rimasta nascosta sotto la malattia. Ma c’è ancora un residuo di pena, meno di un anno. Così viene riportato in carcere. Ed è lì che tutto ricomincia. Incendia la cella. Abbatte una parete. Distrugge per sette volte il sanitario della sua stanza. Continua a parlare senza sosta, con frasi sconnesse, incomprensibili. Non sono gesti di ribellione. Sono il linguaggio disperato di una mente che sta di nuovo crollando. La domanda allora è inevitabile.
Sandro dovrebbe stare in carcere? La risposta, probabilmente, è no. Sandro dovrebbe essere curato. Perché il carcere non dispone degli strumenti necessari per affrontare una patologia psichiatrica così grave. Punire una persona che non riesce più a distinguere la realtà dal delirio significa condannarla due volte: una per i reati commessi e una per la malattia di cui soffre. Ha solo venticinque anni.
È ancora abbastanza giovane perché qualcuno possa cambiare il finale della sua storia. Con un progetto terapeutico serio, costruito su misura, seguito da professionisti preparati, forse potrebbe ancora salvarsi. Potrebbe tornare a essere una persona, non solo un detenuto, non solo una diagnosi. Purtroppo, troppo spesso, questi percorsi non esistono. Mancano i servizi, mancano le strutture, mancano le risorse. E allora il destino di ragazzi come Sandro finisce per dipendere dalla fortuna. La fortuna di incontrare, prima o poi, qualcuno disposto a non vedere soltanto il reato, ma la persona. Perché dietro quei fascicoli, quelle sentenze e quelle celle, c’è un bambino di cinque anni che nessuno è mai riuscito davvero a salvare.



































