Ministro Andrea Abodi

I giovani hanno sempre cambiato il mondo», dice il Ministro per lo Sport e i giovani Andrea Abodi. A ventisei anni Einstein rivoluzionava la fisica, a ventinove Bell brevettava il telefono, a ventuno Marconi sperimentava la radio, a quindici Louis Braille inventava il sistema di lettura che avrebbe cambiato la vita di milioni di persone.  La maggior parte dei capolavori dell’umanità viene prodotta in quella stagione della vita nella quale immaginazione, coraggio e lotta contro il conformismo convivono naturalmente. Un tempo prezioso, che forse non dovrebbe essere consumato all’interno delle scuole e delle aziende in attività che spesso spengono talento e creatività. E spingono i migliori ad andar via dal nostro Paese. Lo sport è sempre stato una bussola e un’ancora di salvezza per coltivare il talento e una mente e un corpo che vivano in pacifico equilibrio. Contro isolamento e autolesionismo. Andrea Abodi lo sa. Della competizione in sé o di chi vince il campionato gliene è sempre importato relativamente, e questo forse è uno dei suoi punti forti. Ben più apprezza il risvolto pratico della faccenda in termini sociali, di benessere, e ovviamente anche economici. È pur sempre un manager, non un politico. Anche se si è adattato perfettamente al nuovo ruolo quando rivendica la responsabilità che gli ha dato «il presidente del Consiglio Meloni». Ma anche quando specifica che tutte le priorità prefissate nella sua mente sono da sviluppare «contestualmente», e che si va a partire da «più sport a scuola e nelle periferie e più cultura del movimento per favorire una maggiore e più costante pratica sportiva diffusa, in particolare tra i più giovani»  fino a un tema molto delicato, quello degli «impianti più accessibili e sostenibili, stadi e palazzi dello sport riqualificati, perché il decoro e l’efficienza dei luoghi – spiega –  sono fattori abilitanti e educativi.

Quello del Cagliari, ad esempio, tema caldo e controverso in una terra sarda perennemente all’erta, pare sia nato da una chiacchierata tra l’attuale Ministro e il Presidente del Cagliari Tommaso Giulini. «Assolutamente sì – racconta Abodi –. Parliamo del giugno 2015, ero il presidente della Lega B e da più di un anno lavoravamo sullo sviluppo delle infrastrutture sportive dei Abodi Cagliariclub associati, costituendo una società di scopo: B Futura. Ricordo come fosse ora la telefonata di Tommaso Giulini, poche ore dopo la triste retrocessione del suo Cagliari, durante la quale mi disse che sarebbe ripartito dal nuovo stadio. Una reazione orgogliosa e dignitosa di fronte a una pesante caduta sportiva, che un presidente-imprenditore, appassionato, competente e illuminato, dimostrò di voler trasformare in una occasione di riscatto, non solo calcistico». Una storia molto lunga, però…  «L’ho seguita fin dal suo concepimento e non l’ho mai abbandonata. Mi sento un po’ un genitore adottivo di questa idea affascinante della quale siamo finalmente arrivati al punto di svolta. Entro la fine dell’anno aprirà il cantiere con l’abbattimento del Sant’Elia, per realizzare entro il 2030 un “gioiello” che impreziosirà la città: la nuova casa del Cagliari Calcio e del popolo sardo che lo ama, in Sardegna ma anche in tutto il mondo, e non vede l’ora di poterlo ammirare e vivere, di poterselo godere. E io con loro, a fianco del mio amico Tommaso Giulini. Pensando e rendendo onore – aggiunge – a Gigi Riva».

Cagliari è una delle sue città del cuore, confessa Abodi.  «È viva, accogliente e consapevole delle proprie potenzialità». L’ultima visita durante la prima regata dell’America’s Cup: «Ho percepito entusiasmo, competenza e orgoglio. Attraverso lo sport ha saputo rafforzare la propria vocazione internazionale».

Ora tocca a Taranto. Una città bellissima, che merita gioia e riscatto e che si prepara ad accogliere i Giochi del Mediterraneo, con circa 4.500 atleti provenienti da ventisei Paesi affacciati sullo stesso mare. Israele e Palestina non saranno presenti, mentre il Libano parteciperà con una delegazione ancora in via di definizione. Viene allora naturale chiedersi se lo sport possa ancora essere uno strumento di pace in un mondo che sembra aver smarrito perfino il significato della parola “fratello”. «Lo sport non risolve i conflitti, ma educa a gestirli e rappresenta un indispensabile canale di diplomazia. Insegna che si può competere con intensità senza rinunciare al rispetto; insegna il valore delle regole condivise, della responsabilità e della dignità dell’avversario. In tempi complessi come quelli che viviamo sono elementi dei quali non possiamo fare a meno».

Cologno MonzeseI Giochi del Mediterraneo nacquero proprio con questa idea nel 1951 ad Alessandria d’Egitto, con l’obiettivo di unire i popoli che si affacciano sullo stesso bacino, promuovendo la pace, il dialogo e la cooperazione tra Europa, Africa e Asia attraverso i valori dello sport e della fratellanza. Che non sono estranei ad Abodi “uomo”, ministro in un contesto geopolitico nel quale l’odio per il diverso ha preso il sopravvento. «Siamo nell’800esimo anno dalla morte di San Francesco d’Assisi e in questo periodo mi lascio ispirare dal suo pensiero sulla gratitudine che non è un sentimento occasionale, ma un modo di vivere, è la forma più alta della parola. Ringraziare per ciò che abbiamo ricevuto, a partire dalla vita, vuol dire apprezzare la bellezza di ciò che siamo o ci circonda, nella consapevolezza che ogni cosa, a partire dalla più semplice, rappresenti un dono che vada riconosciuto anche con un semplice grazie».

La bellezza per la vita, è uno dei concetti veicolabili con lo sport. Nel quale corpo, testa, spirito, e dunque sangue, intelligenza, preghiera danzano uniti. Nel quale impari a fare il passo in più quando non ce la fai più o a non invadere lo spazio altrui. E nel quale capisci che le regole sono spazio di libertà. «I Giochi della Gioventù, fortemente voluti e rilanciati sono ad esempio un’occasione straordinaria di incontro e crescita dei ragazzi. Volevamo riaffermare il valore educativo dello sport scolastico coinvolgendo famiglie, insegnanti, associazioni e territori».  L’ultima edizione ha portato a Roma oltre 4.500 studentesse e studenti, il doppio rispetto all’anno precedente, accompagnati da circa 1.400 docenti.

Un’operazione necessaria, dice Abodi, perché la parola che ritorna più spesso dialogando con i ragazzi, confessa il ministro, è «la solitudine». Non parla di precarietà, né di intelligenza artificiale o social network, ma di una perdita di “fiducia”. «Ci sono ragazzi straordinari, pieni di energia e talento, che però rischiano di sentirsi soli o invisibili». La solitudine è una condizione dalla quale si può uscire, ma purché qualcuno insegni a costruire una direzione. Ma dove sono le opportunità?  «Nascono dalla definizione degli obiettivi e dalla loro progressività, dall’impegno e dalla costanza, dalla curiosità e dall’incontro con gli altri. Nessuno costruisce il proprio percorso da solo. A un ragazzo, a una ragazza, direi di riconoscersi in una comunità, alimentare le curiosità e coltivare una passione. È nella relazione tra questi elementi che si costruisce una bussola personale». D’altronde l’obiettivo di Abodi manager è «lavorare perché lo sport sia riconosciuto come una componente sociale essenziale, un fattore indispensabile per migliorare la qualità della vita delle persone e delle comunità. Genera salute fisica e mentale, educazione, inclusione e coesione sociale. Ho il dovere di contribuire a costruire una società più attiva, consapevole, accessibile, responsabile e aperta». L’Abodi politico aggiunge: « giochi della gioventùAnche per questo abbiamo stanziato un miliardo e mezzo di euro per le politiche giovanili e il Servizio Civile Universale. Ma vogliamo migliorare ancora, collaborando con gli enti territoriali e con le rappresentanze giovanili».  Non restano che le due domande rituali della nostra rivista per capire lo spazio tempo in cui l’uomo si muove. «Se potessi, vivrei sempre tra frammenti di natura, possibilmente, incontaminata. Tornerei volentieri nei luoghi nei quali proprio la natura impone il proprio ritmo e ridimensiona le nostre urgenze. Luoghi, che siano di mare, campagna o montagna, che aiutano a guardare lontano, a scrutare l’orizzonte, a respirare profondamente e a ritrovare la giusta prospettiva». E tra tante «letture che aiutino a comprendere il presente nelle sue varie sfaccettature, leggere anche le storie di uomini e donne che hanno saputo affrontare sfide complesse trasformandole in opportunità di crescita. In questi giorni ho sul comodino “Una vita appesa a un filo” di Erminia Dionis, una giovane donna di 95 anni che ho avuto la fortuna di conoscere, testimone diretta della tragedia delle foibe e del dramma dell’esodo giuliano-dalmata, una vita segnata dal trauma dello sradicamento e della perdita di ogni riferimento».

Vi.Sa.