Quando l’arbitro smette di fischiare, la partita degenera. Se succede una volta, è un incidente. Se succede sempre, la partita diventa rissa. È ciò che accade quando le regole smettono di valere. Qualcosa di molto simile accade oggi nella politica internazionale. Per ottant’anni il mondo ha vissuto con un arbitro imperfetto ma indispensabile: il sistema multilaterale costruito dopo il 1945. L’ONU e il diritto internazionale non avevano eliminato la forza, ma cercato di disciplinarla. La guerra non era scomparsa, ma era diventata più difficile da giustificare e più costosa politicamente. Oggi questo sistema si sta incrinando.
Il segnale più evidente è la paralisi del Consiglio di Sicurezza. L’organo che dovrebbe intervenire quando la pace è minacciata spesso non riesce a decidere. Il veto – pensato per tenere dentro il sistema le grandi potenze – è diventato strumento di blocco. Gli interessi delle potenze entrano in collisione e l’ONU non riesce a fare ciò per cui è nata: prevenire i conflitti e mantenere la pace. Lo si è visto con l’invasione russa dell’Ucraina. Il paese che ha violato la Carta dell’ONU è anche uno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Il risultato è paradossale: l’organo incaricato di garantire la sicurezza internazionale resta paralizzato dal veto di uno degli attori del conflitto. Ma la crisi non riguarda solo l’ONU. Riguarda l’intero sistema multilaterale che ha sostenuto finora l’ordine internazionale. Le istituzioni globali sono state costruite per un mondo molto diverso: prima bipolare, poi dominato dagli Stati Uniti. Oggi il sistema internazionale entra in una fase molto più frammentata e competitiva. Stati Uniti, Cina e Russia si confrontano apertamente. Le potenze regionali sono più assertive. La competizione tecnologica ed economica è diventata una questione di sicurezza nazionale. Il multilateralismo fatica a funzionare perché presuppone una fiducia minima tra le grandi potenze. Senza questa fiducia le istituzioni restano, ma sono indebolite. C’è poi un problema ancora più serio: la perdita di credibilità del diritto internazionale. Le regole esistono, i trattati restano in vigore, le Corti internazionali continuano a pronunciarsi. Ma la loro capacità di limitare la forza si è ridotta. Per anni il diritto internazionale è stato applicato in modo selettivo: alcune violazioni condannate, altre ignorate o giustificate. Questo doppio standard ha logorato la fiducia nelle regole. Non è una novità. È la legge più antica della politica internazionale. Tucidide lo scriveva già venticinque secoli fa: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono.” Il risultato è che il diritto non scompare, ma si svuota.
I segnali sono chiari. Le spese militari globali sono ai livelli più alti dalla fine della Guerra fredda. Le economie si riorganizzano per ragioni di sicurezza. Le catene di approvvigionamento diventano strumenti geopolitici. Le guerre regionali si moltiplicano.
Non è la fine del diritto internazionale ma la fine dell’illusione che il diritto, da solo, possa governare la politica mondiale. Dobbiamo dunque rassegnarci alla violenza? No. Ma serve realismo.
Il multilateralismo non vive di buone intenzioni. Vive di credibilità delle regole e fiducia minima tra le grandi potenze. La storia lo dimostra: quando le regole perdono autorità, la politica di potenza avanza. Ma dimostra anche questo: quando la forza diventa troppo costosa, gli Stati tornano sempre a cercare nuove regole.
Di Ettore Sequi
Ambasciatore
Già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri

































