di Virginia Saba

E’ l’8 marzo. La guerra in Iran è scoppiata da  8 giorni e pone una serie di drammatici interrogativi.

Serve saggezza,  ma  nessuno  dei  leader  del mondo  sembra garantirla. Siamo dentro a ciò che la ricercatrice francese Antoniette Rouvroy chiama “governabilità algoritimica”. Ogni paese  agisce  senza  troppa  visione,  con fretta, affidandosi a un linguaggio binario, obbedendo alle logiche economiche, ma anche al caso, alla pancia. Vengono colpiti ospedali e scuole, con indifferenza. Papa Leone XIV prova a farsi ambasciatore di pace in ore nelle quali Dio viene tirato in ballo per giustificare le morti. Serve luce. Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, prova a diffondere il pensiero del Santo Padre, ogni giorno. Ha chiacchierato con noi, sperando di offrire come sempre utili chiavi di lettura in difesa del senso dell’umano.

Direttore sono tempi molto bui. Serve ora più che mai andare controcorrente. Come?

Lo scrittore inglese Chesterton osservava che solo un uomo vivo può andare controcorrente, viene quindi da pensare che la prima cosa da fare è essere uomini vivi, esserlo per davvero. Cioè immergersi nell’avventura dell’’esistenza umana con gioia, fiducia, speranza. Questo atteggiamento, già da solo, sarebbe un segno di contraddizione rispetto alla tristezza, a quella stanchezza che ha il sapore amaro della rassegnazione e che contraddistingue la società contemporanea, soprattutto in Occidente. Vivere quindi pienamente, direi con curiosità, apprezzando il dono straordinario della vita, riuscendo così a dare una testimonianza che sia contagiosa perché il bene, anche se non appare così, è più contagioso del male. Esseri vivi e lieti, pieni di stupore, ognuno nel suo campo, aprendosi però ad un rinnovato impegno verso la dimensione pubblica, sociale e politica. Invertire la tendenza che da decenni segnala questo disinteresse verso l’impegno politico. Se ognuno nel suo piccolo gioca la sua partita, alla fine, insieme, si vince.

Papa Leone XIV porta con sé il messaggio agostiniano dell’”amare senza misura”. Perché è così difficile amare?

Perché amare è sempre un atto “smisurato” e quindi mette paura. Noi preferiamo misurare tutto. Misurare se un gesto ci conviene farlo oppure no. L’amore spezza questa logica e ci spinge, con forza travolgente, ad anteporre il tu all’io. A morire per l’altro. Non si è mai disposti a farlo, morire non ci piace, ci mette paura, quel sentimento che è il vero nemico dell’amore. Mentre l’amore non è un sentimento ma una forza, la forza che “muove il sole e le altre stelle”: se ci si arrende a questa forza allora si compie il miracolo di far germogliare l’amore, se invece ci si mantiene nell’ordine della “contabilità” e dell’illusione del controllo su tutta la nostra vita (ma la vita è proprio quell’esperienza che non si può controllare) allora l’amore non fiorisce e il mondo diventa un deserto di solitudini.

Quale insegnamento del Santo Padre è importante condividere oggi con i suoi e nostri lettori nel mese della Santa Pasqua?

Costruire una pace disarmata e disarmante. In particolare nel messaggio per la Quaresima Papa Leone ha invitato i cristiani a “una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.  Quanto bisogno abbiamo di ascoltare queste parole e di mettere in pratica! Il mondo è in fiamme, in tutti i 5 continenti e ha sete e fame di pace, che inizia così, come dice il Papa, nel rivolgere una parola gentile al proprio prossimo.

Non tutti hanno il dono della fede. E allora, partiamo dal ruolo sacro della “parola” nella comunicazione. In un mondo che va troppo veloce e si muove tra gli inganni, in che modo sta costruendo l’Osservatore Romano, ogni giorno?

Il ruolo sacro della “parola” lo si riscopre anche in questo suo potere di disarmare gli uomini e i loro conflitti. Velocità e falsità sono due grandi rischi che il mondo corre oggi. Stare dentro il mondo della comunicazione, come vuole fare L’Osservatore Romano, impone di esserne consapevoli. Sulla velocità: noi siamo un quotidiano che ha 165 anni, ha visto – e raccontato – grandissime trasformazioni, compreso quella che stiamo vivendo, che è proprio la trasformazione della velocità. E cerca di farlo con il passo giusto, il ritmo lento della riflessione e meditazione. Non siamo schiacciati dal peso soffocante delle news che si aggiornano ogni minuto, ma prendiamo spunti dalle notizie per avviare processi di approfondimento, di studio di quanto sta accadendo nel mondo, in modo da offrire al lettore chiavi di lettura degli avvenimenti, chiavi interpretative che sono però “sintonizzate” con la saggezza e la luce del Vangelo, della Parola con la P maiuscola e alla luce anche della saggezza della Chiesa nel suo cammino bimillenario. Il primo carattere di questa saggezza è la verità. Senza verità, infatti, non si può costruire nulla, nulla di umano, di buono.

Interessante che quando nacque L’Osservatore Romano, il 1 luglio 1861, il nome che si voleva dare era “L’amico della verità”, ad indicare questa tensione, questo anelito etico e spirituale. Ma forse è stato meglio optare per L’Osservatore Romano, anche perché la verità è qualcosa che non si possiede, ma si ricerca, insieme. Creando, questo sì, una rete, un tessuto di amicizia tra gli uomini e tra gli uomini e la verità.

Lei ha valorizzato il ruolo del “racconto” proponendo una lettura profonda de Il Signore degli anelli. L’evoluzione della persona dal punto spirituale è uno dei temi al centro. A chi oggi vorrebbe raccontare questa storia e perché?

Il racconto è il principale “ingrediente” che permette la tessitura di quella rete di amicizia. Il raccontarsi aiuta a costruire identità personali e sociali. Una comunità si costruisce sui racconti di quel popolo. Un concetto questo ripetuto spesso da Papa Francesco. Da questo punto di vista la letteratura, in senso lato, è una preziosissima miniera di racconti. Tra questi spiccano quelli che chiamiamo “classici” che, come diceva Calvino, sono quei libri che non hanno smesso di dire quello che hanno da dire. E tra i classici figura senz’altro il capolavoro di Tolkien. Un romanzo che dovrebbe essere letto e riletto, anche nelle scuole. Impossibile riassumere in poche righe tutta la ricchezza umana e spirituale di questo romanzo, ora qui si potrebbe indicare, ad esempio, il fatto è che sono proprio gli ultimi e gli umili, gli Hobbit, ad essere “operatori di pace” e a permettere la buona “soluzione” della crisi mondiale e la fine della guerra. Ma molto altro si potrebbe aggiungere…

Papa Francesco nella Laudato sì’, con l’espressione “ecologia integrale” ci aveva messo in allarme. Il problema della “cura della casa comune” non riguarda solo le questioni ambientali, ma la complessità del nostro vivere, dalla tecnologia al consumismo, fino al nostro modo di pensare e vivere le relazioni. Cosa la preoccupa di più?

In effetti è così: il messaggio dell’enciclica di Francesco è che “tutto è connesso”. E questo preoccupa: la perdita della visione d’insieme. Non ci sono più le grandi costruzioni ideologiche, le grandi narrazioni della filosofia e della politica, tutto è spezzettato e frantumato e se si perdono le grandi narrazioni che tengono insieme il mondo con uno slancio ideale, allora il mondo diventa un luogo che non è più una “casa comune”, ma un territorio di materie ricche che stanno lì per essere “depredate”, ad ogni costo. Alla mentalità “estrattiva” deve sostituirsi quella della cura. Non domani, oggi. Non è rimasto infatti molto tempo per invertire, nei nostri cuori, questa tendenza.

Anni fa nell’Osservatore Romano una bella riflessione a puntare sul nichilismo dei nostri tempi del filosofo Costantino Esposito. Cosa può portare luce nelle nostre vite?

Il nichilismo ha proprio a che fare con quanto appena detto: la crisi delle grandi narrazioni e quindi la visione di un mondo frantumato. La parola, nichilismo, nasce da latino: nihil (nulla) che a sua volta deriva da “ne hilum” cioè “senza il filo”. Si è perso il “filo” delle cose, tutto è “sfilacciato”, il mondo appare senza senso, una destinazione, un fine. Le belle riflessioni di Esposito ci invitavano a ripensare il mondo di oggi, segnato dalla secolarizzazione e dal nichilismo cercando in questo mondo in crisi qualche segno, segnale di nuova fecondità, di sorprendente speranza.

Sta cercando di coinvolgere i giovani in iniziative che stimolino il “pensiero critico”. In che modo?

Da molti anni sul giornale abbiamo avviato una rubrica intitolata CantiereGiovani, in cui sono i giovani i protagonisti. Non si parla “di” loro, ma “con” loro, li si ascolta. Ultimamente questa rubrica suscita dibattiti che poi si sviluppano e si svolgono, in presenza, nella sala della redazione dei media vaticani proprio qui nella Sala Marconi di piazza Pia 3. È molto bello, e istruttivo, creare luoghi e spazi dove poter dare voce a chi non ha voce, proprio come i nostri ragazzi.

Quali sono i valori che vorrebbe rimettere in circolo soprattutto tra i ragazzi che stanno pagando proprio l’assenza di riferimenti solidi?

Innanzitutto la fiducia. È un “meta-valore”, una condizione di partenza, un atteggiamento che permette poi di trasmettere tutti gli altri valori. Un po’ come la vita che non è un valore ma la condizione per tutti gli altri. Così la fiducia, che è la linfa, la benzina, perché tutto il resto possa “camminare”. Quando dico “tutto il resto” intendo soprattutto le relazioni umane che sono il sale della vita. Senza fiducia non può nascere nessuna relazione. Della fiducia quindi tutti ne abbiamo bisogno, ma i ragazzi più di tutti.

La scuola ha grande responsabilità. Cosa deve fare un bravo “maestro”?

Fare ben poco, direi soprattutto ascoltare i ragazzi, e dare loro fiducia. Più che fare dovrebbe “essere”. Un maestro dovrebbe essere un adulto abitato da un “fuoco”, cioè dalla passione educativa, dal desiderio di stare con i ragazzi e crescere insieme a loro. Perché non si smette mai di apprendere e quindi di crescere. Essere quindi, non fare tante cose ma essere “tanto”: essere credibile e quindi autentico, coraggioso di vivere la condizione di solitudine e di rischio che circondano sempre il ruolo del maestro che semina senza sapere come andrà a finire il suo lavoro di semina, ma è pronto a scommettere sui ragazzi che la vita gli farà incontrare. Perché la lezione scolastica è innanzitutto un incontro: “le cose più importanti della vita non si insegnano né si apprendono ma si incontrano”.

Qual è il ricordo più bello e quale insegnamento che porta con sé di Papa Francesco?

In aereo tornando da Abu Dhabi il 5 febbraio 2019, il giorno prima c’era stato un evento grandioso, storico: la firma del Documento della Fratellanza Universale. All’inizio della conferenza stampa con i giornalisti, il direttore della Sala Stampa, Alessandro Gisotti, sottolinea questo aspetto di grandiosità storica e Papa Francesco osserva: “Non c’è nessuna storia umana che sia piccola, ogni storia umana è grande, anche la più miserabile perché ogni uomo ha una dignità incommensurabile. Mi commosse all’epoca e ogni volta che me lo ricordo. Sarebbero tanti gli episodi e gli insegnamenti ma sono sempre legati a questo voler cantare, con letizia, la gioia della misericordia di Dio che si posa su ogni uomo: è questa, la misericordia divina, la fonte di quella dignità che nessun uomo potrà mai perdere.

Nietzsche diceva che siamo la somma e oltre delle cose che amiamo. Lei cosa ama e cosa ha amato tanto da ricordarle ogni giorno la bellezza della vita?

Difficile rispondere. Amo la natura e gli spettacoli della natura mi commuovono, ma ancora di più mi commuovo la bontà degli uomini, che scaturisce e riflette la bontà di Dio. Più che “qualcosa” io amo “qualcuno”, le persone che ho incontrato e continuo a incontrare nella vita. Come diceva Charles Bukowski: “la gente, lo spettacolo più bello al mondo, ed è anche gratis”.

Oriente, Medioriente, Occidente: un dialogo possibile?

Possibile e anche necessario, anzi urgente.

A proposito di mondo, c’è un luogo del mondo a lei particolarmente caro che vorrebbe mostrarci in questo momento e perché?

I miei genitori costruirono una casa a Maratea, nella costa lucana del mar Tirreno. E’ quello un po’ il mio “posto delle fragole”, per dirla con Bergman. Un luogo bellissimo, senza dubbio, ma è per me soprattutto il luogo che ha raccolto una lunga storia di affetti, emozioni, sguardi, gioie e dolori…insomma di tutto quello che fanno la vita un’avventura degna di essere vissuta.