Nel Lazio nulla è semplice. È una Regione che sfugge alle definizioni lineari: Roma che assorbe energie e attenzione, province che chiedono spazio, infrastrutture che faticano, bellezze che convivono con fragilità profonde. Da due anni Francesco Rocca guida questo sistema complesso con un profilo diverso dal politico tradizionale. Prima della Regione, infatti, c’è stata la Croce Rossa internazionale, un mondo dove si decide nell’urgenza e si agisce ascoltando i bisogni delle persone. Oggi l’urgenza è un’altra. Non un terremoto o una crisi umanitaria, ma una Regione difficile da riformare, dove ogni cambiamento richiede equilibrio, responsabilità e visione. In questo contesto si inseriscono la legge urbanistica PL 171, che ridisegna il rapporto tra territorio e regole, e una missione in Palestina che ha colpito per forza simbolica e coraggio istituzionale. L’obiettivo è capire quale idea di Lazio stia costruendo Rocca e cosa significhi governare un territorio che è, prima di tutto, un equilibrio.

Il Lazio è Roma, ma è anche cinque province con ritmi e priorità diverse. Che cosa significa guidare una Regione così eterogenea?

All’inizio del mio mandato avevo un obiettivo chiaro: rendere il Lazio meno romanocentrico. Questa Regione ha ricchezze e potenzialità che meritano attenzione. Per questo abbiamo iniziato ascoltando le comunità e sostenendo soprattutto i piccoli comuni delle aree interne, spesso a rischio spopolamento. Gli investimenti hanno riguardato trasporti, sanità, scuole e digitalizzazione. A questo si aggiunge una strategia per rafforzare infrastrutture e turismo in tutto il territorio. Il risultato è una crescita superiore alla media nazionale, come confermato da Bankitalia. Non è merito di un singolo intervento, ma di una visione che unisce attrazione di investimenti, tutela dell’imprenditoria e un approccio finalmente unitario al territorio.

Nel suo girare la Regione, quali luoghi le hanno restituito l’immagine più sincera del Lazio? E quali l’hanno sorpresa per potenzialità spesso ignorate?

L’immagine più sincera del Lazio emerge nelle periferie lontane dai flussi turistici, nei poli industriali della Ciociaria, nella Pianura Pontina, nei comuni dell’Appennino colpiti dal sisma del 2016. Sono luoghi che raccontano come si vive, si lavora e si affrontano le difficoltà ogni giorno.Le potenzialità meno raccontate, invece, si trovano soprattutto intorno a Roma: dal porto di Civitavecchia all’eredità etrusca di Tarquinia e Cerveteri, fino alla storia medievale di Viterbo e alla Tuscia con borghi unici come Civita di Bagnoregio e Calcata.

Ma il Lazio ha un altro gioiello spesso sottovalutato: la sua costa. Penso alle dune di Sabaudia, a San Felice Circeo con la Grotta Guattari, uno dei siti più significativi per la presenza del Neandertal, e alle acque luminose di Sperlonga, autentiche perle del Mediterraneo. E lo stesso vale per il patrimonio collinare e montano. Dai Monti Lepini ai Monti Aurunci, dai Simbruini fino agli Ernici, è un territorio che unisce mare, alture e borghi in un equilibrio unico, che andrebbe promosso con maggiore forza come un’unica grande offerta turistica.

Qual è stato, nei suoi primi due anni, il meccanismo più resistente al cambiamento?

La resistenza più forte riguarda il funzionamento della macchina amministrativa. Per troppo tempo tempi lunghi, competenze frammentate e procedure complesse hanno reso difficile trasformare le decisioni in azioni. Il lavoro più impegnativo è stato aprire una stagione di discontinuità. Abbiamo semplificato i processi, chiarito responsabilità e superato la cultura del rinvio.

Su quali punti state puntando per rendere il Lazio più competitivo nell’innovazione e nell’occupazione?

Abbiamo adottato una metodologia basata sulla condivisione e su un piano di concertazione permanente, con il piano industriale come strumento centrale. L’obiettivo è fare del Lazio un hub dell’innovazione nei settori strategici: aerospazio, biotech e farmaceutico, digitale e intelligenza artificiale, energia e cleantech. La Regione sostiene la nascita di nuove imprese e la crescita di quelle esistenti. E grazie alla posizione strategica, al capitale umano qualificato e alla presenza di università e centri di ricerca di eccellenza, il Lazio sta diventando una destinazione privilegiata per gli investimenti internazionali.

La Proposta di Legge 171 è il primo intervento che definisce una linea chiara sul governo del territorio. Qual è la visione che afferma e qual è il punto più delicato da tenere in equilibrio?

Il Lazio aveva bisogno di semplificazione urbanistica e rigenerazione urbana. La Proposta di Legge 171 risponde a questa esigenza. Era necessario razionalizzare il quadro normativo e superare lungaggini che bloccavano interventi attesi da anni. Oggi i Comuni hanno strumenti più semplici ed efficaci, soprattutto nella rigenerazione urbana, così da recuperare edifici e contesti degradati e restituirli alla vita delle comunità.

Qual è oggi il collo di bottiglia prioritario nella sanità regionale? Da dove si riparte?

Il problema principale è stato per anni il disallineamento tra bisogni reali e capacità del sistema di rispondere. Liste d’attesa infinite, carenze di personale, strutture invecchiate. Per questo abbiamo scelto di intervenire sulle fondamenta. Il primo test è stato affrontare le liste d’attesa. Abbiamo digitalizzato le agende, rivisto le prenotazioni, potenziato i controlli e introdotto strumenti come il PASS di garanzia per assicurare prestazioni nei tempi previsti. Abbiamo investito in personale, tecnologie, edilizia sanitaria e medicina di prossimità, con le Case di comunità come pilastro. Tutto questo è stato possibile dopo il risanamento dei conti. Dal rischio default nel 2022 siamo arrivati al bilancio 2024 con 122 milioni di utile. Agli Stati Generali della Salute ho visto una sintonia rara tra tutti gli attori del settore. Oggi la sfida non è più l’emergenza, ma il consolidamento. Serve rendere strutturale il cambiamento e stabilizzare un sistema sanitario più moderno ed efficace.

La missione in Palestina ha avuto un forte valore simbolico e politico. Che cosa riporta con sé da questo viaggio?

Sono stati due giorni intensi e profondi. La Palestina non è una visita istituzionale come le altre. Ti trovi davanti a una ferita viva. Abbiamo ascoltato persone che hanno perso tutto. In quei momenti riaffiora inevitabilmente la mia esperienza nella Croce Rossa. Quando qualcuno chiede solo di essere curato o protetto, la politica deve tornare al suo dovere: prendersi cura. Porto con me una consapevolezza rinnovata della dignità umana. E sono orgoglioso che il sostegno alle popolazioni palestinesi sia stato approvato all’unanimità dal Consiglio regionale. È un segnale politico forte che supera ogni divisione davanti alla sofferenza.

Guardando ai prossimi anni, per cosa vorrebbe essere ricordato?

Vorrei che la stagione Rocca fosse ricordata per aver riportato visione e sviluppo. Per aver dato impulso a progetti rimasti fermi per troppo tempo e per aver consegnato ai cittadini una sanità più vicina, moderna ed efficiente.

Qual è il luogo del Lazio al quale è più affezionato?

Amo la Tuscia. I suoi boschi secolari, il silenzio, la natura forte e integra. Sono luoghi che risuonano con il mio temperamento. E poi, lo ammetto, amo giocare a golf e in quella zona ci sono campi splendidi.

Che libro sta leggendo in questo periodo?

“Killing Gaza, cronaca di una catastrofe”, dell’editorialista israeliano Gideon Levy. Guardo sempre lontano perché aiuta a fare meglio ciò che faccio qui, nel contesto più vicino.