La bellezza è diversità. È innovazione, ma anche tradizione. È protesta. Questo è ciò che mi ha lasciato “In Minor Keys”, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

Quest’edizione della mostra si è aperta sotto una tempesta diplomatica senza precedenti. Il caso Russia, il cui padiglione aveva annunciato il rientro per la prima volta dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, ha scosso i rapporti tra la Fondazione Biennale, il governo italiano e l’Europa intera. Ventidue ministri della Cultura europei avevano firmato una lettera per chiedere l’esclusione di Mosca, mentre i commissari europei annunciavano la revoca dei fondi erogati alla Fondazione Biennale se la partecipazione della Russia fosse stata confermata (e, in risposta alle crescenti tensioni, il presidente Buttafuoco ha scelto di mantenere aperto il padiglione russo soltanto nei giorni della preview). Poi c’è Israele. Se il giorno prima dell’inaugurazione oltre duemila attivisti hanno marciato verso l’Arsenale gridando all’artwashing – termine che indica l’idea che la partecipazione di uno stato a un evento culturale di prestigio funga da scudo diplomatico – la protesta più efficace l’hanno fatta dall’interno: alla vigilia dell’apertura al pubblico, venti padiglioni hanno chiuso per sciopero, chi per tutto il giorno, chi solo per metà. Mai prima d’ora un numero così elevato di padiglioni aveva chiuso contemporaneamente, in segno di protesta verso una singola questione geopolitica. Una dimostrazione che, a Venezia, l’attivismo è tornato prepotentemente – e non soltanto come performance. Al centro di tutto questo, persiste la mostra. Sorprendentemente bella.

“In Minor Keys” è il lascito di Koyo Kouoh, prima curatrice africana nella storia della Biennale Arte. Nonostante la sua scomparsa nei mesi antecedenti la Biennale, la Fondazione ha deciso di portare avanti il progetto come lei lo aveva concepito. Se nell’armonia musicale occidentale il modo minore è tradizionalmente associato all’introspezione e a ciò che è marginale rispetto alla trionfante tonalità maggiore, nella visione di Kouoh le chiavi minori sono la resistenza, il registro di chi non ha mai avuto un megafono. La struttura della mostra riflette questa logica. Visitando i Giardini e l’Arsenale emergono con insistenza alcuni punti ricorrenti, come il dialogo delle opere con il regno vegetale, animale o minerale; il ritorno alla materia e alla manualità; il sapere tramandato; le ferite del colonialismo. Temi che la Biennale riesce a raccogliere in maniera leggera, colorata, offrendo opportunità di dialogo e interazione con le opere. Tra i padiglioni che più colpiscono, quello indiano: con “Geographies of Distance: Remembering Home”, curata da Amin Jaffer, l’India valorizza materiali della propria tradizione, come argilla, bambù e cartapesta, adattandoli al contesto contemporaneo. Una ricostruzione in filo ricamato della casa demolita di un artista a New Delhi, per esempio, esprime il concetto che, oggi, la casa non sia più un luogo fisso, ma una condizione portatile, che vive di memoria e rito. Il concetto della casa è anche al centro del padiglione della Gran Bretagna, curato dall’artista Lubaina Himid, pioniera del Black British Art Movement. Qui, il tema “Predicting History: Testing Translations” esplora il senso di identità e appartenenza in relazione alla necessità di migrare, di doversi spostare e dunque di dover costruire un senso di casa sempre nuovo, diverso. Con opere colorate e paesaggi surreali, il progetto porta il visitatore a interrogarsi su cosa davvero significhi “sentirsi a casa”, e su quanto questo sia legato o meno alla materialità. Perfettamente in linea con il tema della mostra il Padiglione Italia, curato da Chiara Camoni, che all’ingresso propone una serie di sculture rappresentanti divinità considerate “minori”: tuttavia, nel loro essere relegate come “minor keys”, queste figure antropomorfe hanno una loro maestosità, a partire dalle ingenti dimensioni e dal posizionamento, in penombra. In un certo senso, la maestosità di queste figure appare quasi in antitesi con un altro protagonista di questa Biennale, decisamente più proiettato nel futuro: il robot calligrafo del padiglione cinese che, impugnando un pennello, produce ideogrammi, rappresentando un ponte tra l’antico e la modernità futuristica. Un riferimento tecnologico, sì, che però si inserisce in un contesto di valorizzazione della storia e dell’antichità. Guarda al futuro, padiglione cinaseppur in modo diverso, anche il padiglione del Giappone, focalizzato sul cambiamento demografico. Nascono sempre meno bambini, e quelli che nascono sono catapultati in un mondo di conflitti e crisi climatiche. Che futuro vogliamo, e possiamo dar loro? Partendo da questa domanda, l’artista Arakawa-Nash costruisce un progetto, “Grass Babies, Moon Babies” fondato sui temi della cura e dell’accudimento. I visitatori sono invitati a prendere in braccio le circa duecento bambole di ogni etnia presenti nel padiglione, e prendersi cura di loro. In maniera ironica, interattiva e coinvolgente, l’artista vuole dimostrare come la genitorialità sia una responsabilità collettiva. È un padiglione che dapprima fa sorridere, ma che impone di fermarsi a riflettere.  Una nota interessante, su questa Biennale: l’intelligenza artificiale è quasi del tutto assente. In un momento in cui l’AI è il cuore del dibattito globale, Kouoh aveva scelto di guardare altrove – ed è riuscita nell’intento di fare ciò che l’arte dovrebbe sempre fare: rumore, in “minor keys”.

 di Giulia Rafaiani