Dal 17 ottobre 2025 al 1° febbraio 2026, il Polo Museale di Roma presenta “Dalì. Tradizione e rivoluzione dello sguardo”, una grande mostra curata da Carme Ruiz González e Lucia Moni, con la direzione scientifica di Montse Aguer, Direttrice dei Musei Dalí.
Dopo il forte consenso ottenuto dalle esposizioni dedicate a Chagall e Picasso, il Polo Museale prosegue così il suo percorso di rilettura dell’arte moderna europea con un progetto ambizioso e sorprendente, che unisce dimensione storica, sperimentazione visiva e una profonda riflessione sul ruolo dell’immaginazione nell’interpretazione del reale. La presenza di Dalì in questo ciclo non è casuale. Se Chagall ha introdotto il sogno poetico e Picasso la frattura linguistica del Cubismo, Dalì rappresenta il punto d’incontro tra radici classiche e rottura moderna, tra tecnica impeccabile e libertà visionaria. La mostra si apre proprio con un dialogo tra Dalì e i maestri che più hanno influito sulla sua formazione: Velázquez, Vermeer e Raffaello. Dalì li studia, li assimila, ne riscrive gli insegnamenti. Dalla loro lezione trae la precisione anatomica, la luce che definisce lo spazio, la composizione rigorosa; ma poi, a partire da questa base ferrea, compie un salto nel vuoto, proiettando la pittura in un altrove mentale. Dalì non vuole semplicemente rappresentare il mondo. Il suo obiettivo è superarlo: rivelarlo nella sua dimensione invisibile, psichica, onirica. La sua celebre “metodo paranoico-critico” si basa proprio sull’idea che la realtà contenga molte più immagini di quante ne percepiamo. Per questo la sua arte è un continuo atto di interrogazione: guarda il reale e lo reinventa, lo ritrae e lo deforma, lo riflette in specchi impossibili. Nelle sale della mostra questo principio appare con estrema chiarezza. Accanto ai capolavori che hanno reso Dalì un’icona del Surrealismo, trovano spazio opere stereoscopiche, esperimenti ottici, olografie e ricerche che anticipano la tridimensionalità virtuale. Dalì cerca la terza dimensione, e poi la quarta, quella del tempo, del movimento, del pensiero.

Ogni spostamento di prospettiva diventa una porta aperta su un altro livello della percezione. L’esposizione non è soltanto una celebrazione del talento di Dalì, ma anche un invito allo spettatore: imparare a vedere. Guardare le cose oltre ciò che mostrano, oltre ciò che siamo abituati a riconoscere. L’aspetto più affascinante della mostra è proprio il suo equilibrio tra radici antiche e modernità radicale. È un’esposizione che non solo racconta un artista, ma ci insegna a vedere: a leggere il visibile come spazio aperto, mutevole, sfaccettato. A riconoscere che, dietro ogni immagine, esiste sempre un’altra immagine — e un modo nuovo per guardarla.



































