di Nicola Bartucca
Train Dreams è un lungometraggio diretto da Clint Bentley, tratto dall’omonima novella di Denis Johnson, ed è tra i titoli più osservati della stagione con quattro candidature agli Oscar 2026. Di Johnson, scomparso nel 2017, resta una prosa selvatica e immaginifica, già pronta a farsi cinema, come mostrano anche gli adattamenti di Jesus’ Son e Stars at Noon. È una scrittura che non si limita a descrivere. Ti immerge nel suo mondo, spostato nel tempo ma familiarissimo, e porta a galla ciò che resta sepolto sotto la superficie delle cose, con grazia sporca e una violenza quieta, come se ogni frase avesse già la grammatica di
un’inquadratura. Dentro Train Dreams c’è un’idea molto contemporanea, cercare il senso della vita attraverso la storia di un uomo “qualunque”. Viene naturale pensare a The Life of Chuck del 2025, tratto dall’omonimo racconto di Stephen King, dove il cuore narrativo non sta nel gesto eccezionale, ma nella somma dei giorni, nel volume della vita che ci attraversa e che comprendiamo davvero solo quando è tardi. Eppure nessuno è soltanto un uomo comune. Whitman ce l’ha suggerito, Bob Dylan l’ha ripreso in una sua canzone, “sono vasto e contengo moltitudini”, e nessuno è davvero separato dall’insieme. Il film di Bentley racconta la storia intima ed epica di Robert Grainier, interpretato da Joel Edgerton, orfano diventato boscaiolo e operaio sulle prime linee ferroviarie nel Nordovest americano agli inizi del Novecento. Robert impara a esistere più attraverso l’osservazione che l’azione, sospeso tra ciò che desiderava e ciò che la vita gli ha tolto, come se cercasse soltanto il barlume di una sensazione per sentirsi parte del tutto prima di scomparire. La voce fuori campo, come scelta tecnica e narrativa, fa da ponte tra l’interiorità letteraria di Johnson e il mondo sensoriale del regista, come una mano discreta sulla spalla di una vita che non riesce a comprendersi fino in fondo. Train Dreams è su Netflix e questo apre un’altra questione. Da un lato è bello che film così arrivino ovunque. Dall’altro è malinconico pensare che chiederebbero la sala, il buio condiviso, la scala grande dell’immagine e del suono. Resta una domanda semplice e vertiginosa, che torna a bussare come all’inizio. L’importante è esserci o essere? Forse la risposta è fin troppo semplice, dentro una vita vasta che contiene moltitudini.



































