Toni Bonji

di Angelica Grivel Serra

Se oggi al posto di blocco gli agenti di polizia dovessero domandare i documenti a Toni Bonji – storico pseudonimo di Antonio Barbante, leccese, classe 1977 – alla voce “professione” leggerebbero ancora la rassicurante parola “geometra” a racchiuderlo. Non un cenno al fatto che da molti anni Toni rappresenti una delle colonne brillanti del GialappaShow, né al percorso di apprendistato intrapreso diciassette anni fa, nel 2009, con un provino sul palco di Zelig, o al successo già eloquente nell’edizione di Italia’s got talent del 2015: per lui, l’anagrafe non ha ancora ceduto il passo all’ arte. «Non me la sento di andare a fare il rinnovo per metterci comico. Ho ragione di credere che quello umoristico non venga riconosciuto come mestiere. E allora lascio geometra, anche se non pratico più da anni». Ma il flusso dell’ironia è radicato in lui ben prima della cristallizzazione professionale: è la fibra più spontanea della sua attitudine tanto relazionale quanto esistenziale, canalizzata nei territori del nonsenso e del surreale.

Una cifra che gli calza in maniera ineccepibile, addicendosi persino alla fisiognomica. Bonji non cede mai a risate preventive ad accompagnare gli sketch, né vige in lui l’urgenza ansiosa di sciorinare freddure per attirare l’ilarità a ogni costo. Più di tutto, è la postura stessa del viso ad annunciare il suo brio cabarettistico: si evince nell’asimmetria tra il trionfo di battute raccolte in testi arguti che srotola a voce planare e gli occhi glabri, con quel paio d’iridi scure e puntute che resistono composte, campionesse d’impassibile serietà. «Molte cose si scoprono per caso: io, per esempio, sono autodidatta, non ho formazione accademica e, a parte qualche laboratorio di cabaret, non ho frequentato la scuola di teatro». È mestiere per nulla solipsistico, quello del comico, bensì volubile e metamorfico, sensibile a un turbinio di variabili che rendono chi lo pratica contemporaneamente chimico e funambolo: abile nella restituzione del proprio pezzo umoristico nella sua integrità, ma al tempo stesso subito capace d’intercettare, di volta in volta, la natura della platea, e quindi di orientare la scena a seconda dell’atmosfera che si genera tra palco e pubblico.

«Devi essere bravo a capire anche quando il pezzo non funziona e il perché: sei tu che lo hai interpretato male? Magari non era la situazione giusta, oppure l’uditorio non era pronto? La medesima battuta può funzionare in teatro ma non in piazza e viceversa».

Non pare tuttavia questo un rischio realistico, per Toni Bonji, dato che veste sagacemente le caleidoscopiche personalità del suo repertorio di maschere e personaggi vincenti: dal leggendario Demotivatore in bianco e nero con i suoi illuminanti aforismi (“ricorda che il perdente altro non è che il vincitore che non ha vinto” e “non è vero che hai fallito tutto nella vita, anzi, ti rimane ancora tanto da fallire”), passando per l’esperto Dottor della Monaca, medico dello sport, proverbialmente generoso nel regalare pratici consigli (“il peso forma dipende dalla costituzione, quindi finché non la cambiano, il peso resterà quello”). Per non dire del compuntissimo scrittore Gustavo delle Noci (“sto lavorando a un nuovo libro, ambientato totalmente a Roma tra le mura del Ministero dell’Interno. S’intitola Romanzo Viminale”), nonché l’implacabile avvocato Enrico Maria D’Ufficio, sempre impegnato in efficaci arringhe in difesa dei suoi (s)fortunati assistiti (“come mai solo oggi viene accusato di falsificazione e messa in circolo di banconote false, quando questa è un’attività che fa da anni?”).

E dire che Bonji, nell’atto di definirsi in quanto sé, si propone «riservato, tenace e bugiardo.

Pure socievole, anche se sembra in ossimoro rispetto alla riservatezza». Un’oscillazione caratteriale che si riflette inevitabilmente anche nella geografia interiore. Nella sua Lecce, d’altronde, un proverbio decreta “ci cangia defrisca”, ovvero “chi cambia ha modo di rigenerarsi”. «Cambiare traiettoria non significa necessariamente poi non tornare al punto di partenza; ma già il fare qualcosa di nuovo aiuta a cambiare prospettiva sulle cose, è nuova linfa». E la variazione di traiettoria, per Bonji, è quotidianità, tanto da riguardare persino il suo concetto di viaggio, che va a coincidere con la sosta. «Paradossalmente, il viaggio per me è quando mi fermo». Una stasi necessaria che esige il culto della comodità e il rifiuto categorico di qualsiasi affanno: «Se devo stressarmi è controintuitivo, si smentisce l’idea stessa che serbo del viaggio, che per me è staccare del tutto la spina». Ma cosa vuol dire, in fondo, “staccare”, per chi abita una professione come se fosse genetica, parte costitutiva della propria identità?

La risposta giunge con esattezza sorniona: «Significa svicolare da impegni che non posso prorogare». Nel salutarlo, battezzandolo guru dai mille volti, Toni Bonji consegna in replica un aforisma, con imperturbabile lepidezza, nel segno di un perfetto congedo d’alta quota: «C’è un treno che passa una sola volta nella vita, ma tanto io prendo l’aereo».