di Angelica Grivel Serra
Nel parlare, Alba libra le mani: una gestualità ampia che fa da ancella alle parole, ma sembra anche un’estensione di respiro, per muovere l’aria e creare spazio di vita.
O forse è uno dei suoi modi di cercare plasticamente quella libertà che lei definisce senza esitare un “fatto genetico, la sola cosa per cui valga la pena vivere e morire”. Non pare esserci scudo in quell’arabesco di gesti, ma Alba Parietti, concentra in sé l’enigma di una donna di cui il pubblico crede di conoscere ogni versante e invece serba scogliere sotto accurata e insospettabile tutela. “Cerco sempre di lavorare anche sulle cose meno digeribili, come l’inesorabilità del tempo e lo stigma degli anni che corrono, per farne una ragione di libertà. Non riuscendo a convincere me stessa del fatto che invecchiare sia bello o facile, gioco a simulare con gli altri che lo sia, e così provo a rivelarlo anche a me”. È creativa con i filtri su Instagram, un esercizio d’autoironia che ancora molti non capiscono. È una battaglia non del tutto pacificata, quella con le variazioni e l’immagine mutevole, specie perché Alba Parietti performa poliedricamente per mestiere e abita la realtà dei riflettori con la disinvoltura agonistica di chi ne conosce ogni sfarzo e menzogna. Sa bene che “il dramma di chi ha successo è che non c’è più nessuno che ti dica la verità”, ma non si avverte resa o sconforto nel suo tono. Mantiene gli occhi – dalla foggia ora un filo ristretta dal vivere, ma sempre di splendida gemma – ancora imbevuti di fiducia, rivendicando un’identità autenticamente “idealista, nonostante tutto. Anche perché se uno smette di essere idealista comincia a essere cinico”. E il cinismo, per Alba, coincide con la prospettiva di una vita grigia, tinta che non si addice ad alcuna porzione della sua esistenza. Le sovviene un lampo. “Ecco, io credo tantissimo in questo, che ognuno è più felice nella vita quanto più rispetta l’ideale”. E accanto all’ideale e alla vita in mostra si aggira sì il plauso ma, ancor più perpetuo, il fruscio delle etichette. Alba tende a schivarle con aggraziata noncuranza, ma ce n’è una in particolare che lei ha in profonda antipatia, perché niente affatto intrisa di verità: “Quando mi si dice che io non ascolti. È esattamente l’opposto! Io sono solo una finta non ascoltatrice. Ho un amico che ormai mi chiama Vedova Nera, perché apparentemente mi faccio interrogare e sembra che parli molto di me. Gli altri invece non si accorgono che pure nei loro silenzi io legga talmente tanto che, in realtà, si sono scoperti molto più di quanto abbia fatto io.” Quando si avanza sul tema del silenzio, Alba si attiene a un’inattesa cautela. “Non so se riesco a stare nel silenzio. Ho come il bisogno di sapere di dover vivere nel rumore, anche quello inutile, perché è tutta vita.” Fa una sosta. Segue il tracciato di un ricordo che è un fotogramma ovattato di vita riposta, intima. “Sono cresciuta nell’empatia. C’è una scena che ricordo sempre di mia madre, quando si riempiva gli occhi di un’attenzione incredibile nell’osservare ogni tanto una vicina, una donna di forse novant’anni, che accarezzava piano il figlio down quasi settantenne. Li guardava dalla finestra come fossero un quadro. Non con commozione, è diverso: per lei era proprio un’esperienza sinceramente bella contemplare quella scena d’amore lì. Per anestetizzarsi, si cercano emozioni finte. Quelle vere sono un tumulto, ma viverle è impagabile.” L’onda della nostalgia è ispirazione fervida, perché Alba Parietti la visita ancora: al richiamo del primo oggetto che lei ricordi di aver amato, risponde, istintiva: “I pattini da ghiaccio. Quando ero bambina, dopo una prova scolastica, i miei me ne comprarono un paio solidi, splendenti, indimenticabili; presero subito la forma del mio corpo. E sebbene il pattinaggio fosse uno sport proibitivo, incontrarlo è stato per me una magia. Ti dà le ali.”
Come per scrollarsi, Alba traduce l’ultima frase in atto fisico. Un tuffo e via, al largo: un’ora di nuoto nel tramonto su Spargi, il ritmo di bracciate vigorose a sancire il rituale di un momento sacro, forse di quiete, senz’altro di libertà. Quella che davvero le si attaglia.



































