Il potere, prima ancora di parlare, si veste. Il tailleur blu di Margaret Thatcher, le linee nette, le borse rigide, un’estetica costruita per incarnare autorità e disciplina, ma anche per richiamare, con precisione quasi strategica, l’identità del suo partito. Poi ci sono le narrazioni personali che diventano pubbliche, come il celebre abito nero di Diana Spencer indossato il giorno del tradimento, come a voler dettare lei le narrazioni pubbliche, non subirle. O la scelta anti-spettacolare di Greta Thunberg, che attraverso la sottrazione costruisce un’identità controculturale di una forza unica.

Il libro di Giulia Aloisio Rafaiani, “Vestire le parole” edito da Edizioni Franco Angeli è un saggio che attraversa moda, politica e cultura raccontando l’abbigliamento come linguaggio e strumento di costruzione del potere e della storia.

Le immagini scorrono come in una sequenza iconica, tra il cappellino rosso di Donald Trump e le visioni su Marte di Elon Musk, fino alla giacca controversa di Melania Trump “I really don’t care” mentre visita un centro di bambini migranti.

Ciò che emerge è che la moda non è un elemento accessorio, ma una forma di comunicazione stratificata, capace di influenzare percezioni e costruire consenso.

Con uno stile brillante e studiato Giulia Aloisio Rafaiani, manager della comunicazione in aziende italiane e internazionali, e Nominata da Forbes e da Fortune nelle liste dei più promettenti esperti di lobby e comunicazione Under 40, firma un saggio che dialoga con il presente e offre strumenti per leggerlo. Un libro che invita a osservare meglio, a decifrare i segni della storia che si fa realtà.