Sono una libera professionista, ho più di quarant’anni, lavoro da sempre con serietà e con la convinzione che competenza e correttezza bastino a stare nel mondo del lavoro. Mi muovo tra progetti, incontri, uffici, cercando come tante persone di costruire qualcosa con dignità. Qualche settimana fa mi sono ritrovata nell’ufficio di un uomo con cui stavo lavorando a un progetto. Stavamo al computer, parlavamo di lavoro. A un certo punto, con un sorriso sicuro, ha iniziato a mettermi la mano sulle gambe. Gliel’ho tolta con calma. Poi ha provato a baciarmi. Più volte. Ho dovuto spingerlo via. Sono uscita da quell’ufficio con una sensazione difficile da spiegare: rabbia, ma anche una strana umiliazione. Ho sentito che in un attimo il mio lavoro, la mia professionalità, la mia identità erano state ridotte a qualcos’altro. Non l’ho denunciato. Non saprei come gestire il tutto. Quel lavoro per me è importante. Scrivo solo per dire che queste cose succedono sempre.  Anche a donne adulte, esperte, abituate a difendersi. E lasciano dentro una ferita silenziosa che raramente trova spazio per essere raccontata.

Gaia M.