Negli Stati Uniti il concetto di sicurezza non riguarda più soltanto confini, visti e controlli aeroportuali. Da anni, e con rinnovata insistenza negli ultimi mesi, nel dibattito pubblico torna l’ipotesi di includere anche i profili social tra gli strumenti di valutazione dei viaggiatori. Una linea sostenuta e rilanciata da Donald Trump, presentata come misura a tutela della sicurezza nazionale e della democrazia.
Il presupposto è semplice: non basta più sapere chi una persona è formalmente. Conta ciò che mostra online. Post, commenti e like diventano dati utili a costruire un profilo. La misura viene raccontata come prevenzione, rivendicata come sicurezza. In una parola: profilazione.
In questo quadro il viaggio non inizia più al gate. Comincia prima, nello spazio digitale. La frontiera non è più soltanto una linea geografica, ma un insieme di informazioni che precedono l’ingresso, lo autorizzano o lo negano.
Ciò che pubblichiamo online entra così, indirettamente, nel perimetro della sicurezza. Non come prova di un reato, ma come materiale da osservare. Opinioni, immagini, commenti diventano parte di un contesto più
ampio, leggibile e valutabile nel tempo.
Il punto non è cosa sia giusto o sbagliato pubblicare. Il punto è che ogni contenuto smette di essere solo espressione personale e diventa anche un dato: un elemento che può essere interpretato, archiviato, riletto. Ed è qui che cambia la domanda, non più dove vai ma che immagine di te arriva prima del tuo arrivo?
Gli Stati Uniti hanno spesso richiamato la difesa della democrazia e della libertà come cornice delle proprie scelte politiche, nazionali e internazionali. È quanto è accaduto nel caso del Venezuela, Paese che dispone di 303 miliardi di barili di riserve petrolifere, pari a quasi il 20 % del totale mondiale, dove la democrazia è stata sospesa per legittimare scelte già determinate da interessi strategici ed economici: il rapimento del capo di Stato e della moglie, il loro trasferimento e processo a New York per accuse di narcotraffico, e la transizione della vicepresidente Delcy Rodríguez — insediata come presidente ad interim con l’appoggio delle istituzioni e delle forze armate, sebbene la legittimità del suo incarico sia dibattuta — in un quadro in cui il controllo delle risorse energetiche resta un nodo centrale.

di Fernanda Perri