gravidanza

di Fernanda Perri

Non avere figli non è più solo una condizione provvisoria, un’attesa, un incidente di percorso. Sempre più spesso è una scelta. Esplicita, consapevole, rivendicata. Eppure, continua a essere raccontata come una mancanza.

La domanda, del resto, resiste: “E voi quando?”. Arriva a cena, in famiglia, tra amici, nei luoghi di lavoro, durante un’intervista. Cambia tono, si fa più prudente, qualche volta ironica, ma resta lì. Come se la vita adulta avesse ancora una tappa obbligata e tutto ciò che se ne discosta dovesse essere spiegato. Dietro la scelta di non avere figli ci sono motivazioni diverse. C’è chi mette al centro la carriera, chi la coppia, chi la libertà di viaggiare, chi il proprio tempo, chi semplicemente non sente il desiderio di diventare genitore. C’è anche chi rifiuta l’idea che una vita, per essere piena, debba necessariamente passare dalla genitorialità.

Non è egoismo, almeno non più di quanto lo sia qualunque scelta di vita. È una diversa organizzazione delle priorità. Significa decidere di non condividere spazio, tempo e futuro con qualcuno che cambierebbe radicalmente l’equilibrio personale e di coppia. Significa non voler riscrivere tutto intorno a un figlio.

Il punto, però, è capire se questa società è pronta a riconoscere questa come scelta. In un Paese che continua a interrogarsi sulla denatalità, la decisione di non avere figli viene spesso letta solo come problema statistico. Ma prima dei numeri ci sono le persone. E forse il primo passo è smettere di considerare ogni coppia senza figli come una domanda in sospeso.

Perché non avere figli, oggi, non significa necessariamente aspettare.

A volte significa aver già risposto.