di Federica Lecce

Cosa rende straordinaria la narrazione di una vita banale, come tante altre? Qual è la differenza fra essere soli ed eleggere la solitudine come compagnia?

Quanti significati può celare l’assenza? Queste sono solo alcune delle domande che la lettura di “Nella carne” di David Szalay mi ha lasciato fra le mani. Un’opera dura, complessa e contraddittoria, onesta vincitrice del “Book Prize” 2025.

Apparentemente, l’autore si spende in un elementare romanzo di formazione. Il protagonista, Istvan, cresce nell’Ungheria post sovietica, in un ambiente segnato dalla precarietà economica e da un’esasperata celebrazione della mascolinità.

Fin dalle prime pagine, infatti, la percezione corporea di Istvan diviene il filtro principale di elaborazione del mondo. La trama descrive la classica parabola del viaggio dell’eroe, seguendo il protagonista in una vita disseminata di possibilità e di occasioni perse, di amore e di lutto, di contraddizioni e di noia.

Non c’è fiction, non ci sono colpi di scena strabilianti; c’è una realtà spigolosa, inesorabile, nella quale è impossibile non specchiarsi.

Ne emerge un personaggio duro, volitivo, caratterizzato da un eloquio secco e a tratti ripetitivo.  Una scelta stilistica, quella di Szalay, ricercata e studiata a tavolino. Il romanzo è un capolavoro dell’essenziale, che si racconta attraverso una sintassi stringata e dei dialoghi tagliati chirurgicamente. I personaggi sono eterei, mai descritti nei loro tratti fisici.  Il lettore è posto nella posizione di essere protagonista, quanto e più dello stesso autore; gli è concessa la possibilità di immaginare ciò che manca e di riempire gli spazi vuoti magistralmente disseminati nel corso dell’intero romanzo.

Ne emerge un dispositivo letterario all’avanguardia che fa della parola un’eccezione nel silenzio.

“Nella Carne” non è solo un romanzo; è una scommessa che sposa la sperimentazione e la pulizia stilistica. È un monito che rammenta a lettori e scrittori quanto l’essenziale sia la matrice della quale sono intessuta tutte le storie. Anche la nostra.