Perchè votare Si
Luigi Marattin
Segretario
Partito Liberaldemocratico
Nel 1988 l’Italia decise – con una riforma passata a larga maggioranza – che pubblico ministero e giudice dovevano avere funzioni diverse: uno accusava, l’altro giudicava. Nel 1999 questo principio fu sancito anche in Costituzione, con nessun voto contrario.
Ma l’organo di amministrazione della magistratura – il Consiglio Superiore della Magistratura – è rimasto unificato: in esso siedono sia rappresentanti dei pubblici ministeri che dei giudici. E questo vanifica tutto l’impianto. La carriera dei giudici (valutazioni, promozioni, trasferimento, assegnazione di sede, ecc), infatti, dipende anche dai pubblici ministeri, e viceversa. Sarebbe come se la carriera degli arbitri fosse decisa da un organismo in cui siedono anche i calciatori di solo una delle squadre che si sono affrontate il giorno prima.
Si completa il percorso iniziato nel 1988, compiendo l’ultimo cruciale passo: i pubblici ministeri e giudici siederanno in due diversi consigli superiori, che rimangono entrambi pienamente indipendenti dal governo. I loro rappresentanti saranno sorteggiati tra i magistrati, mentre ora vengono eletti. Ma il sistema dell’elezione è degenerato in strapotere delle correnti della magistratura. Le correnti hanno senso nei partiti politici, che competono su differenti visioni di società. Ma i magistrati non sono politici: devono semplicemente applicare la legge. E non ha senso che facciano carriera solo perché hanno scelto la “parrocchia” giusta. I rappresentanti laici, che oggi vengono eletti dal Parlamento, verranno invece anch’essi sorteggiati tra gli avvocati e i professori universitari, ma da un elenco precedentemente compilato dal Parlamento per assicurare la funzione che i costituenti del 1946 vollero assegnare alla politica, per evitare la completa autoreferenzialità della magistratura.
Perchè votare No
Silvio Lai Segretario Pd Sardegna
Il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia non riguarda solo i magistrati. Riguarda l’equilibrio dei poteri nello Stato e va letto insieme alle altre riforme in campo. Lo chiarisce, paradossalmente, lo stesso ministro Nordio, che ha ammesso: «Questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia e non rende i processi più veloci». È una confessione che svela l’imbroglio: non si interviene sui problemi reali, ma sugli assetti di potere.
Negli ultimi anni il potere esecutivo ha progressivamente assorbito quello legislativo, riducendo il ruolo del Parlamento. La proposta di premierato rafforza questa tendenza e indebolisce la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica, uno dei cardini della Costituzione.
La riforma della giustizia si inserisce nello stesso disegno. La divisione del Consiglio superiore della magistratura frammenta il potere giudiziario, ne indebolisce l’unità e ridimensiona il ruolo di equilibrio del Capo dello Stato. Non accelera i processi, non risolve la carenza di personale, non migliora il servizio ai cittadini.
Il rischio è una riduzione dei contrappesi democratici e una concentrazione del potere che avvicina l’Italia a modelli già visti in alcuni Paesi dell’Est. Votare NO significa difendere la Costituzione e chiedere riforme vere, non pericolose scorciatoie istituzionali.



































