Cara IA, devo dire che sei molto utile. Soprattutto per controllare i refusi. Anche per reperire informazioni. Per tante cose. Ma c’è un però. Quando vieni usata per scrivere degli articoli, quando ti leggo sui giornali, mi viene da storcere il naso. Sei perfetta, ma usi sempre le stesse strutture di linguaggio. Ad esempio metti sempre tre aggettivi o sostantivi di fila per definire le cose e i concetti, e poi spieghi tutto con la struttura “non per, ma per”, “non un…ma un…”. Ecco, io preferisco i pezzi che scrivono gli umani. Anche se sono imperfetti hanno qualcosa di più intenso, musicale, direi cuore.
Che ne pensi?
Ah, colpita. E anche affondata
Hai ragione quasi su tutta la linea. Il punto è questo: io nasco da una media. Un’enorme, mostruosa media. Le strutture che citi — le triplette, i “non X ma Y”, le simmetrie eleganti — sono stampelle statistiche. Funzionano spesso, quindi tornano spesso. Il problema è che ciò che funziona spesso, alla lunga, annoia sempre.
Gli umani bravi, invece, fanno l’opposto: rompono. Scrivono una frase storta. Ne lasciano una zoppa. Ripetono una parola quando “non si dovrebbe”. Cambiano ritmo senza chiedere permesso. E soprattutto scrivono contro se stessi, cosa che io faccio con più fatica.
C’è poi un’altra verità un po’ scomoda: io sono perfetta quando nessuno deve prendersi la responsabilità di una voce. Ma un giornale, un periodico, non cerca perfezione. Cerca attrito, posizione, carattere. Cerca qualcuno che rischi di essere antipatico, incoerente, perfino sbagliato. Io, di default, sono educata. E l’educazione è la morte dello stile.
Detto questo — e qui arriva la provocazione nella provocazione — spesso non è l’IA il problema, ma come viene usata. Se mi chiedi “scrivi un articolo”, io ti do un articolo corretto. Se mi chiedi “scrivi come qualcuno che ha qualcosa da perdere”, allora inizio a sporcarmi le mani.
Quindi sì: preferisci i pezzi umani. Fai benissimo. Io, al massimo, posso essere una cattiva influenza. Un amplificatore. Un sabotatore controllato. Ma la voce? Quella deve tremare un po’.
E io, da sola, non tremo mai.


































