di Claudio Bonito
Consulente filosofico e docente di Filosofia presso Apra
(Nuove Tecnologie ed Etica dell’IA)

Nel cuore pulsante della ricerca biotecnologica d’oltreoceano, la start-up R3 Bio sta tracciando una linea di frattura — una faglia ontologica — destinata a ridefinire non soltanto i confini della clinica sperimentale, ma lo statuto medesimo dell’humanum.

Attraverso il dispiegamento di piattaforme d’avanguardia radicate nella riprogrammazione cellulare e su sistemi derivati da cellule staminali, l’impresa persegue un telos scientificamente impeccabile e, nell’immediato, bioeticamente irreprensibile: convalidare metodologie di approccio di nuova generazione (NAM, New Approach Methodologies) per modellare la biologia umana in vitro, riducendo drasticamente la dipendenza dal modello animale.

Eppure, è proprio lo sguardo a lungo termine di tali tecnologie a proiettare l’indagine in un territorio antropologico radicalmente inedito. All’intersezione tra bioingegneria avanzata e costellazione transumanista, si staglia la perturbante figura dei «bodyoids» (o «organ sacks», icasticamente descritti come sacchi d’organi). Non si tratta di aggregati tessutali ordinari, bensì di strutture biologiche umane coltivate in contenitori biologiche, programmaticamente ingegnerizzate per essere prive di encefalo (acefale) e, perciò, strutturalmente prive di qualsivoglia barlume di coscienza.

Non ci troviamo di fronte all’inerzia clinica dello stato vegetativo, quanto a veri e propri “reattori biologici viventi”: simulacri di carne edificati al solo scopo di ospitare, mantenere e far maturare organi anatomicamente perfetti (cuori, fegati, reni) pronti a essere immessi nei circuiti del trapianto industriale, a esclusivo beneficio della longevità dell’acquirente.

Questo scenario materializza le più cupe e chiaroveggenti intuizioni che Günther Anders consegnava, a metà del secolo scorso, alle pagine del suo capolavoro L’uomo è antiquato. Il filosofo tedesco aveva lucidamente sottolineato la presenza della cosiddetta «vergogna prometeica»: quella singolare mortificazione dell’essere umano derivante dallo specchiarsi nell’efficienza impeccabile e nella perfezione formale dei propri manufatti tecnologici.

Secondo Anders, l’angoscia fondamentale dell’uomo contemporaneo scaturisce dal riconoscimento del proprio limite oggettivo: l’essere scaturito dall’imprevedibilità di una generazione naturale, dunque fallibile, deperibile, drammaticamente unico, anziché dall’esattezza di una produzione seriale modellata secondo standard industriali.

Laddove l’ingegneria consente alla macchina di lambire l’eternità mediante la continua sostituzione metodica delle componenti logorate, l’organismo umano è rimasto storicamente recluso nella condanna dell’irrimediabilità del guasto, privato della reversibilità strutturale propria del ricambio dei pezzi. Oggi, la possibilità di coltivare involucri biologici standardizzati destruttura questa frontiera. I bodyoids di R3 Bio tentano di emendare questo «errore di fabbricazione» originario, offrendo un catalogo di ricambi serializzabili.

Dobbiamo chiederci se, dal punto di vista antropologico e filosofico, questa prassi rischia di presentarci una forma radicale di reificazione della vita: il corpo umano viene interamente svuotato del suo soffio pensante (pensiamo al rùach biblico), spogliato di ogni statuto di persona o soggetto. La carne smarrisce la propria originaria valenza relazionale e teofanica, ridotta a contenitore funzionale, a palinsesto biologico sottomesso alle leggi della prestazione, dell’efficienza e dell’ottimizzazione mercantile.

Nel liquidare, allora, l’idea di un’essenza umana immutabile e reinterpretando l’Oltreuomo (Übermensch) nietzschiano attraverso il prisma della convergenza tecnoscientifica, si rischia di varcare i confini del Transumanesimo. In questo orizzonte concettuale, il telos ultimo non risiede più nell’emancipazione morale, bensì nell’affrancamento dai vincoli biologici, sino all’ipotesi limite del Mind Uploading, in cui la coscienza si dematerializza in puro codice informatico per rivendicare un’immortalità virtuale.

Questa traiettoria consuma una profonda ironia storica e filologica. La genesi della parola risiede infatti nel dantesco “trasumanar”:

«Trasumanar significar per verba / non si poria» (Dante Alighieri, Paradiso I, 70-71)

Nel cosmo dantesco, il termine descriveva l’elevazione mistica dell’uomo che, per l’azione della Grazia divina, oltrepassava i confini della propria natura per farsi simile a Dio. Il Novecento, di contro, ha operato una radicale, sistematica secolarizzazione di questa dinamica trascendente. Dalla biologia evoluzionistica di Julian Huxley che nel 1957 ne riscrisse lo statuto in chiave moderna, fino alle visioni cosmiche del gesuita e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin (che pur ha mediato il concetto), l’asse del perfezionamento si è progressivamente spostato dalla provvidenza alla tecnica.

L’esito odierno è una forma di “tecnospiritualità”: una dottrina “salvifica” in cui l’essere umano assume su di sé le prerogative demiurgiche per sconfiggere la morte, traducendo l’escatologia in un progetto di sviluppo industriale sorretto da imponenti dinamiche finanziarie.

Resta, infine, un interrogativo che non abita più i laboratori di ricerca, ma che risuona come un’eco antica tra le macerie del nostro umanesimo: cosa rimane dell’uomo quando viene emancipato dalla propria finitudine?

I bodyoids di R3 Bio e le promesse di disincarnazione digitale non si limitano a emendare un errore di progettazione biologica; essi operano una vera e propria recisione del tragico. Se la carne viene ridotta a magazzino di ricambi industriali o a involucro usa e getta, a crollare potrebbe non essere solo la vulnerabilità dell’organismo, ma la condizione stessa di possibilità dell’esperienza umana.

Noi non siamo una coscienza pura accidentalmente intrappolata in un hardware difettoso; noi siamo il nostro corpo. Siamo l’opacità psichica che scaturisce dal limite, siamo il calore di un abbraccio che commuove proprio perché destinato a perire, la malinconia di un addio che conferisce peso specifico a ogni singola parola.

In conclusione, accanto alla rassicurante idea di una futuro scevro da malattie e disagi, dobbiamo chiederci se, sterilizzando l’esistenza dal rischio del dolore e dalla certezza della morte, l’escatologia transumanista rischia di edificare la più desolata delle utopie: una condizione piatta, un’esistenza iperreale e solipsista in cui l’uomo si specchia esclusivamente nel proprio codice sorgente, privo di alterità, privato del mistero. È l’autopsia spirituale dell’Occidente profetizzata dalle pagine più lucide di Michel Houellebecq: una società che, pur di non soffrire, preferisce non essere.

La risposta a questo scacco, tuttavia, non risiede in un nostalgico arretramento della ricerca, ma nel primato dell’etica applicata alle biotecnologie. Il riscatto del futuro esige un’alleanza feconda tra il rigore della scienza e la vigilanza della bioetica, affinché ogni traguardo clinico resti rigorosamente al servizio della persona e mai del mercato o dell’omologazione. Curare il corpo senza disincarnare il soggetto: è questa la massima pedagogica e civile che dobbiamo porre a fondamento della civiltà tecnologica, per abitare il tempo in cui la sconfitta del dolore non significhi la perdita dell’empatia, ma la fioritura di una solidarietà finalmente universale.