L’Arca dei Camaleonti, a Civitella di San Paolo, a 40 minuti da Roma, è un piccolo paradiso. C’è ad esempio Iago, il pappagallo scartato da un allevamento perché gli mancava un dito. Eppure fin da giovane ha dimostrato grandi capacità. Ha fatto anche l’attore in “Non ti pago”, con Sergio Castellitto. Se andate al parco lo trovate con in mano il bicchierino del caffè, gesto che ha imparato durante le riprese osservando le pause degli attori e della troupe. C’è poi Poldo cacatua che ama ballare. Appena sente una suoneria comincia a muoversi a ritmo e si dice da solo: “Vai Poldo! Vai Poldo!”. E poi zio Reginaldo, l’oca scontrosa, che non vuole intrusi nel suo guardino. «Una storia davvero molto particolare – raccontano Claudia Orieti, fondatrice del parco insieme a Riccardo Orieti, rappresentante legale del parco – riguarda Moscat, una dromedaria che proviene da un altro parco italiano. Sua madre si era rifiutata di allattarla. Così Moscat è arrivata da noi, poco prima del periodo del Covid e, in un momento così complesso e difficile per tutti, prendersi cura di lei è stato anche per noi una sorta di ancora emotiva. Essendo stata allattata completamente a biberon — parliamo di quantità importanti, fino a 10 litri di latte al giorno — Moscat oggi riconosce l’essere umano come un suo simile a tutti gli effetti. Ancora oggi, quando entriamo nel suo spazio, cerca il contatto, prova a salire sulle spalle, vuole essere presa in braccio, senza rendersi conto della notevole differenza di dimensioni tra lei e una persona, uomo o donna che sia. Questo legame ci restituisce tantissimo, sia nel lavoro quotidiano sia nella gestione di situazioni delicate. Con Moscat esiste un feeling che difficilmente si può creare in altri contesti. È un rapporto speciale».
Come nasce tutto?
Nel marzo 2014 per il desiderio di lavorare con i bambini con disabilità. Complice del sogno è Camilla, una asinella sarda dalla straordinaria affettività. Era nata nei pascoli della campagna adiacente, ma rifiutata dalla madre perché un’altra asinella, rimasta senza mamma e un po’ più grande di lei, con prepotenza aveva deciso di farsi adottare. La madre di Camilla iniziò così ad allattare l’altra piccola, trascurando completamente la propria figlia. Camilla restava sola, tristissima, abbandonata in un angolo del pascolo. Il proprietario ormai la dava per morta, tanto da averla già “scartata”. In quel momento abbiamo deciso di intervenire: l’abbiamo adottata noi e portata a casa. Camilla è cresciuta libera, abbiamo accolto sempre più animali, e lei ha partecipato in modo attivo alla realizzazione di tutto questo. Era sempre con noi, presente, curiosa, affettuosa. Mentre costruivamo i recinti per i nuovi animali, lei era lì, con il muso appoggiato alla nostra spalla, come a volerci ricordare perché avevamo iniziato.
E forse, in fondo, questo progetto è nato proprio da lei.
Quali valori promuovete?
Al di là di fornire informazioni zoologiche, anche basilari, ciò che promuoviamo come valore primario è l’educazione al rispetto e alla corretta interazione con l’animale. L’essere umano, purtroppo, è sempre più prepotente e presuntuoso: impone i propri tempi, le proprie modalità comunicative e le proprie esigenze agli animali. Questo è il metodo più sbagliato possibile. Siamo noi, come esseri umani, che dobbiamo imparare a comprendere il linguaggio, le abitudini e le caratteristiche di ogni animale, per poterlo rispettare e, quando necessario, aiutarlo.
La maggior parte degli animali che vivono nel vostro parco proviene da situazioni di disagio.
Sì. Alcuni sono stati abbandonati dagli allevatori perché non rispondevano agli standard estetici richiesti per la riproduzione o la vendita; altri sono stati feriti; altri ancora ci vengono affidati da veterinari o dalle guardie forestali, che ci chiedono supporto per la loro riabilitazione. Il caso più frequente, purtroppo, riguarda animali acquistati con superficialità: comprati alle fiere o da venditori perché “belli”, perché esotici. Successivamente, però, i privati si rendono conto di non essere in grado di gestire un animale così particolare. A quel punto, questi animali vengono abbandonati e affidati a noi. Il nostro compito diventa allora quello di recuperare l’animale, riportarlo a uno stato di benessere fisico e psicologico, di salute, e successivamente riabituarlo, quando possibile, al contatto umano. Nel 98% dei casi riusciamo in questo percorso. In alcuni casi, però, l’animale è troppo adulto o troppo diffidente nei confronti dell’uomo: in queste situazioni l’interazione non può avvenire, ma l’animale rimane comunque nel nostro parco, accudito e tutelato per tutta la sua vita naturale.
Quando invece gli animali sono già predisposti al contatto umano?
Vengono inseriti in un percorso diverso: un programma di imprinting educativo e di addomesticamento consapevole. Questo ci permette di avviare progetti educativi nelle scuole con cui collaboriamo e di offrire al pubblico, durante i giorni di apertura del parco, un’esperienza di incontro autentica, fatta di rispetto, attenzione e, quando possibile, anche di coccole.
Storie particolari?
Tra gli animali che ci hanno dato di più, sicuramente un posto speciale lo occupa la coppia di pony che abbiamo incontrato grazie a Mario Orfei. Avevano circa 12 anni quando sono arrivati, che per un pony non sono pochi, considerando che possono vivere tranquillamente fino a 30 anni. Erano quindi più o meno a metà della loro vita. L’approccio con loro è stato immediatamente positivo. Erano animali abituati a lavorare, a muoversi in contesti complessi e in situazioni particolari, come quelle richieste dal mondo del circo. Da noi si sono sentiti subito a casa, come se fossero finalmente “in pensione”. Questo ci ha permesso di avviare numerosi progetti di avvicinamento agli animali, soprattutto per i bambini.
Gli animali che riscuotono più successo in assoluto nel vostro parco?
Sono i pappagalli. Ognuno di loro ha una personalità ben definita, ma alcune storie sono diventate ormai leggendarie per chi ci viene a trovare. Iago accoglie le persone già nei pressi del bar. Se per qualche motivo quel giorno il personale, preso da altro, si dimentica di darle la sua tazzina, lei non demorde: appena vede qualcuno avvicinarsi al bar, lo fissa negli occhi e glielo chiede chiaramente. È diventata a tutti gli effetti la collega di lavoro che ti invita alla pausa caffè.
Il più scontroso?
Tamburello, il nostro coniglio con testa di leone. Uno dei tanti regali di Natale che “tanto è tenero”, salvo poi scoprire — dopo circa un mese di entusiasmo — che l’amore non si spegne con le pile e che un animale non è un giocattolo. Così Tamburello è arrivato nel nostro parco: molto affettuoso, certo. All’inizio. Poi è successo quello che succede anche agli umani: è arrivata l’età. Ora che è diventato anzianotto non sopporta più nessuno. Caratteristica comunissima, nonostante quello che raccontiamo ai bambini. Perché no, non esiste l’animale buono sempre. E non esiste nemmeno l’animale cattivo sempre. È uno stereotipo che combattiamo nelle scuole e nelle visite guidate: gli animali, come le persone, cambiano. Hanno storie, limiti, giornate no. Tamburello oggi preferisce la pace.
E se possibile, anche un po’ di silenzio.
Il vostro serpente ad esempio che tipo è?
Viene giudicato per la nostra cultura come un animale cattivo, pericoloso che non può essere assolutamente toccato. Ma la nostra Salem, che è il nostro pitone reale non è assolutamente d’accordo e ce lo manifesta ogni giorno.
Come si sta con la responsabilità di tutti questi animali?
Per noi la responsabilità e la bellezza del nostro lavoro coincidono. Lavoriamo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. Non esistono ferie, festivi o giorni di malattia. Ogni giornata va vissuta e affrontata fino in fondo, con attenzione assoluta. Dobbiamo osservare ogni comportamento, ogni piccolo segnale, ogni anomalia, anche la più impercettibile. Perché, a differenza delle persone, gli animali non possono parlare. Ci comunicano il loro disagio attraverso piccoli cambiamenti. Spesso questi segnali sono i primi campanelli d’allarme di una malattia, e a volte purtroppo anche di qualcosa di più grave. Il nostro compito è coglierli in tempo. Non sempre ci siamo riusciti. A volte abbiamo perso un animale a cui eravamo profondamente legati, senza poter fare nulla, perché non sempre la medicina riesce ad arrivare dove vorremmo. E fa male. Fa molto male. Perché ogni giorno entri al lavoro senza sapere se ci saranno tutti.
Una consolazione?
Gli animali sono estremamente empatici: ci accolgono anche nei nostri giorni difficili, nei momenti di malessere. In qualche modo, sanno coccolare anche noi.
È uno scambio continuo, un dare e avere profondo. Certo, non tutti gli animali sono affettuosi nello stesso modo, ma tutti, a modo loro, fanno parte di questo equilibrio delicato che dà senso al nostro lavoro e alla nostra vita.
E poi quello che non smette mai di emozionarci è lo stupore: lo stupore dei bambini e quello sguardo infantile che improvvisamente riappare anche negli occhi degli adulti. Succede quando si trovano davanti animali mai visti dal vivo, animali conosciuti solo attraverso i cartoni animati, spesso “storpiati” da un disegno infantile. Vederli finalmente lì, reali, poterli osservare, capire, conoscere, toccare e interagire con loro è una gioia enorme, non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. In quei momenti si torna piccoli. Ed è proprio questo il bello, in un mondo sempre più accelerato, dove dobbiamo correre a duemila all’ora, dove tutti sembriamo sapere tutto, essere sempre perfetti, seri, impostati. Qui, invece, tutto questo cade. Il bambino — quello vero, ma anche quello che vive dentro ogni adulto — ritorna alle origini, in un ambiente più puro. Ci si rilassa accarezzando un animale, si rallenta, si respira. E quando questo accade, sappiamo di aver fatto qualcosa di importante: aver regalato alle persone una giornata spensierata, autentica, semplice. Per noi, questa è una bellezza fondamentale.



































