di Virginia Saba

Ci sono tracce che restano anche quando la vita ci toglie quasi tutto. Sono i segni che lasciamo quando scegliamo di trasformare la sofferenza in qualcosa di bello. Un dono per tutti. Ludwig van Beethoven, avvolto dalla malinconia di chi non sente più nulla attorno a sé, compose una musica tanto bella da attraversare i secoli, da entrare come una marea nel cuore di ogni abitante di questa terra. Cercate Al chiaro di luna su YouTube. C’è un video in cui la suona Ezio Bosso: guardatelo. Credo che l’abbia suonata esattamente come la sognava Beethoven. Si racconta che, quando arrivò a Vienna, la gente piangesse mentre lo ascoltava. Aveva solo ventidue anni, e nella valigia portava i ricordi delle botte del padre ubriaco, che lo rinchiudeva in cantina anche quando non faceva nulla di male. Il destino gli aveva portato via la cosa più cara, l’udito. E come se non bastasse, un altro uomo sposò la sua amata allieva, Giulietta Guicciardi, così da fargli perdere anche l’amore. Nel suo inferno, invece di disperarsi, si salvò con la musica e la donò. E oggi quella melodia è riconoscibile a tutti. Eppure nasce da una danza macabra tra amore e dolore, che in Beethoven si annodavano come fossero un’unica cosa. Un’altra traccia di questo intreccio la si può vedere alla Galleria Borghese di Roma, nella prima sala. Al centro, Il ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini. La mano di Plutone che affonda nella carne di Proserpina sembra di carne vera, tanto che il marmo si trasforma in burro. La storia è nota: Plutone, dio dell’oltretomba, rapisce la giovane dea e la trascina nel regno dei morti. La madre, Cerere, disperata, scatena il gelo sulla terra, finché Giove non interviene: Proserpina vivrà sei mesi tra i morti e sei mesi sulla terra. Quando arriva la primavera, significa che è tornata tra noi. Quando giunge l’inverno, è di nuovo nel regno dei morti. È la regola della vita. Nascita e morte, amore e perdita. Le storie delle cose, delle persone, hanno una grande forza: salvano dalla banalità, dalla quotidianità, dall’abitudine. Dal sonno che oscura la vista e il cuore. Pensiamo alle tracce che lasciamo.