di Virginia Saba

Dice Tommaso Giulini che forse abbiamo sopravvalutato il senso di responsabilità e smesso di chiedere ai nostri ragazzi, piuttosto, di essere felici. Che li abbiamo caricati di aspettative e prestazioni, dimenticandoci la cosa più semplice e più difficile. «Fate ciò che amate». È il messaggio che ripete ai cinquecento ragazzi del settore giovanile del Cagliari, ai suoi quattro figli, a chi gli sta intorno. «Perché la felicità è contagiosa, fa bene al corpo e allo spirito». La chiacchierata è l’eco di un testo meraviglioso del filosofo Nietzsche, “Schopenhauer come educatore” nel quale emerge quanto occorra essere la somma di ciò che amiamo.
Essere una risposta alle continue richieste di prestazioni è invece la prima causa di ansia e depressione tra i giovani, un trend in crescita e che fa i conti con le guerre e la paura, coi social media e i loro valori rovesciati. «Oggi ancor di più lo sport è una delle poche via di salvezza, chi l’ha praticato sa di cosa parlo». Il dolore, poi, attraversa le vite di tutti noi e occorre farci i conti. «Ma c’è una frase che porto con me e che chiude il film La Haine di Mathieu Kassovitz: il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Ecco, io sono circondato da persone che sono cadute e hanno poi fatto cose straordinarie. È questo che vorrei far capire ai ragazzi. Anche se, in realtà, sono loro a insegnarlo ogni giorno a me. Quando mi chiamano e sento il loro entusiasmo, anche dopo una brutta batosta, capisco che, in un modo o nell’altro, ce la faranno».
Impossibile con il Presidente del Cagliari separare il calcio dalla vita, il coraggio da Gigi Riva, la speranza da Fabio Pisacane, e così via. «Fabio rischiava di morire. Gli dissero che non si sarebbe mai più rialzato. Oggi è un uomo forte, un allenatore, guida una squadra che rappresenta un popolo. Questa è felicità. Ed è anche la mia». È cresciuto a Milano non lontano da San Siro, Giulini, osservando la statua di Giuseppe Verdi in Piazza Buonarroti. «È bellissima, perché al tramonto la sua ombra si riflette enorme addosso a un palazzo molto alto. È una situazione abbastanza unica a Milano. Verdi mi ha sempre fatto compagnia».

La storia è sempre la stessa. Scrisse il Va’ pensiero quando non aveva più niente. Persi moglie e figli, trasformò un foglietto trovato per caso in un capolavoro eterno.

E ora il conservatorio che l’aveva rifiutato porta il suo nome. È il famoso “atterraggio” di cui parlavo prima. Il talento non conta nulla senza determinazione e perseveranza. E’ ciò che più apprezzo nelle persone, nei miei giocatori. Pensi a Riva, la persona che rappresenta tutto ciò che stiamo dicendo. Stessa storia. Ora che non c’è più c’è più che mai, coi sui valori eterni che sentiamo dentro tutti i giorni e in ogni scelta che facciamo.

Verdi e Riva, da contesti difficili a dei capolavori. Quali altri giganti nella sua vita?

Mia madre, Andreina Pizzi Giulini, che mi ha cresciuto da sola. Era una donna fortissima. Mi ha trasmesso allo stesso tempo la determinazione e l’umiltà di entrare nei contesti sempre in punta di piedi. Non fosse stato per il suo temperamento, ad esempio, non avrei mai aspettato dieci anni per il nuovo stadio del Cagliari. Ora che se n’è andata mi ha lasciato un vuoto ancora non realizzato. Si dice che per elaborare il lutto servano dodici mesi, io sono a metà, ma non so come andrà dopo.

“La prima cosa bella”, per citare Virzì, che ricorda con lei?

Era il 1982, la finale del Mondiale Italia–Germania. Avevo 5 anni, eravamo stretti stretti sul divano, insieme ai nonni materni. Io non capivo nulla, ma vedevo tanta euforia e un certo Tardelli correre da una parte all’altra. Mi piaceva. C’era una bella felicità. Quella felicità contagiosa di cui parlavo prima. Quel momento mi ha lasciato qualcosa dentro, una certa poesia.

Suo padre, Carlo Enrico Giulini, era un conte visionario. Cosa le ha lasciato?

Mi aiuti a trovare la miglior traduzione di “legacy”… ecco, forse “cordone ombelicale” si addice a ciò che voglio dire: c’è qualcosa di lui che continua a nutrirci. Sono poche le persone che riescono non solo a determinare il destino della propria famiglia, ma di un’intera comunità. In Sardegna, nel Gerrei, attorno alle miniere, ad esempio, è nato con lui un paese intero. E nella nostra azienda c’è sempre.

Un’altra ombra sui grattacieli. Era alto un metro e novantatré, come si stava da bambini lassù?

Caddi dalle sue spalle, pensi un po’. Fummo aggrediti da un cane e lui nel tentativo di proteggermi si fece mordere un braccio. Finimmo entrambi all’ospedale. Lo racconto sempre ridendo, ma forse quella botta mi ha reso un po’ strano. Ho pochissima memoria. Faccio fatica a ricordare film, musica, partite. Faccio sempre pessime figure con tutti. Ho sempre pensato che questo difetto di memoria venga da quella caduta(sorride ma è serio ndr).

Proviamo con tre domande. Mi dica se è mai esistito un Cagliari-Fiorentina 5-2…

Sei anni fa. Azzardo i marcatori: Rog, Joao Pedro, Simeone o Nandez, Nainggolan che fece una partita pazzesca e sicuramente mister Pisacane, ne ha fatti talmente pochi che li ricordo tutti incluso l’ultimo storico al Sant’Elia… Però non mi chieda né come hanno segnato, né in che momento della partita. Dovrei chiedere ai miei.

Proviamo con l’ultimo film che ha visto.

Questa la so. “La vita va così” di Milani, la storia del pastore sardo che non vuole rinunciare alla sua casa nonostante le offerte dell’investitore milanese. Ero orgoglioso. E divertito! Perché l’ho visto a Milano e mi domandavo cosa pensassero in sala, quelli che vengono due settimane all’anno per le vacanze e non conoscono a fondo questa meravigliosa terra.

L’ultimo libro che ha letto di cosa parla?

Di finanza. “Rischiare grosso” di Nassim Taleb. Mia moglie Ilaria predilige la narrativa contemporanea e mi racconta i suoi. Mia madre invece mi ha lasciato il suo Kindle, sarà la mia prossima sfida. Ma avendo finito l’università a Parigi la mia formazione è legata a poeti e scrittori francesi, come Verlaine, Baudelaire, Zola, Balzac, Proust, che lì si respirano e che mi hanno insegnato bellezza e decadenza insieme. A volte mi viene nostalgia, più per i suoni che per il significato dei versi in sé. Amo anche vedere i film in francese. E ricordare il profumo della boulangerie sotto casa. Non è lo stesso dei nostri panifici.

Mi parla come un flanêur, un passeggiatore malinconico…

No, in realtà mi piaceva tantissimo correre sui moli della Senna.

Ritrova quella bella e contraddittoria decadenza poetica anche nel calcio?

Il campionato italiano rispetto al passato rischia di diventare sempre meno attrattivo anche a causa delle novità degli ultimi anni che non fanno bene al sistema, come ad esempio il nuovo format della Champions League. Inoltre mancano strutture adeguate. Per fare andare avanti un progetto su uno stadio serve l’approvazione di venti enti. Ognuno di questi può dire la sua, chiedere la sua prescrizione, o il suo cambiamento. Tutto questo alimenta la decadenza. Eppure il profumo dell’erba, lo spogliatoio, le ginocchia sbucciate, le amicizie, l’emozione di una maglia, dei tifosi… chi ha fatto sport, e io ho fatto il portiere per 25 anni, sa bene che non c’è niente di più bello.

Il calcio è anche al femminile. Il Cagliari Calcio ha le giovanili di calcio a 11 e dal 2024 la Serie A di calcio a 5 grazie al progetto portato avanti con Corrado Melis e la Mediterranea. Obiettivi?

Siamo molto contenti di avere costruito insieme alla Mediterranea una realtà che ha portato il rossoblù e la Sardegna nella massima serie del futsal riempiendo il palazzetto, attraendo tante ragazze e appassionati. Sarebbe bello, un giorno, riuscire ad avere il Cagliari anche in serie A di calcio a 11 attraverso step graduali che in questi anni stiamo compiendo in tal senso. Vogliamo valorizzare il loro talento e la loro passione, promuovere dedizione, rispetto, orgoglio per la maglia. Lavoriamo sulla parità di genere, e il calcio non deve essere un’eccezione. Partire dalle stesse possibilità, per potersi divertire e brillare. Ecco ciò che vogliamo per le nostre bambine e ragazze.

Le si legge un po’ di emozione quando racconta dei giovani, eppure di lei dicono che sia “chiuso”, “ più milanese che sardo”…

Ci si aspetta che in un ruolo pubblico, in un settore che confina anche con quello del cinema, della musica, di intrattenimento, il leader, il capo azienda, sia qualcuno di estremamente empatico e mediatico. Cosa che in realtà io non sono. Chi mi conosce fuori dal ruolo sa che sono una persona normale, forse un po’ introversa, ma semplice e cordiale. Mi piace fare le cose per bene, ma non apparire.

Ma questo è un mondo dove regna lo show e l’apparenza.

Gigi Riva ci ha lasciato sostanza, noi proviamo a dare sostanza.

Come vanno i rapporti con il suo nuovo socio Maurizio Fiori?

Quando incontri questi fondi che ti approcciano nel mondo del calcio, l’unica cosa che vedi nei loro occhi è il dollaro. E invece lui è uno che si emoziona. La prima cosa che mi ha detto è stata che andava allo stadio col nonno, che la famiglia vive ancora a Carbonia, che è attaccatissimo alla squadra da sempre. Era diverso dagli altri. Tuttavia durante la firma ho sudato, è vero. Perché gestire in due non è semplice, mia madre me lo diceva sempre. Ma lavorare bene insieme è una grande virtù. Lo dovremo dimostrare entrambi.

Investire in Sardegna è sempre una bella sfida. Negli anni ’60 suo padre venne a cercare la fluorite. Cosa rappresenta per lei?

È il minerale più bello del mondo. Oggi è fondamentale: serve innanzitutto per i gas refrigeranti, quelli che, per intenderci, ci garantiscono il fresco d’estate. Ma quando compri una vaschetta, una lattina, una bottiglia con un tappo di alluminio, ecco, in tutto ciò c’è un pochino di fluorite. Nella produzione di quell’alluminio, nel processo elettrolitico, è indispensabile il nostro prodotto. Indispensabile, capisce? Eppure in Italia l’industria è vista come il passato. Mi domando: perché non si riesce a mettere su una politica industriale? Perché l’Unione Europea non riesce a reagire con intelligenza a un modello di capitalismo di Stato come quello cinese? Io ho dovuto spostare i miei investimenti in Norvegia, altri andranno in India.

Cosa hanno di speciale in Norvegia?

Un esempio? Utilizziamo l’energia verde perché siamo stati aiutati dallo Stato norvegese nel passaggio all’idrogeno. È un paese che ascolta il tessuto industriale e lo accompagna a un modello sostenibile. Qui non funziona così.

In Italia?

Veniamo da decenni bui. Dal 2000 a oggi è il Paese che è cresciuto meno in termini di GDP pro capite tra le economie avanzate. In venticinque anni siamo cresciuti del 5–6%. La Cina del 500%, l’India del 250%. In Spagna, Francia, Germania parliamo di crescite del 20, del 30, del 15%. È emblematico di ciò che la politica (non) ha dato all’Italia negli ultimi decenni. Probabilmente i dati sulla Sardegna rischiano di essere addirittura negativi. Mi scusi, ma sono disincantato.

L’Europa è schiacciata tra Cina e Stati Uniti. Trump, che forse ha percepito una certa decadenza occidentale e reagisce in malo modo, la spaventa o le piace?

Nessuno dei due. Rappresenta un certo tipo di America che già conosco e che non mi piace ma che credo sia purtroppo necessaria in questo momento così complicato con una Cina che diventa sempre più dominante.

La Cina è un suo nemico industriale?

Possiamo solo applaudire. Vanno a mille, e noi stiamo fermi. Ci sono treni ad altissima velocità, l’80% di macchine elettriche, peraltro con batterie plug and play, senza neanche dover star lì a caricare. È sicuramente tutto impressionante, qualcosa che riempirà gran parte delle pagine dei libri di storia.

A proposito di lentezza industriale, anche fare uno stadio è un’impresa titanica. Ma dopo dieci anni sembra arrivato il momento.

Se tutto va bene tra cinque anni potrebbe essere realtà. Lo stadio del Cagliari sarà la casa di un popolo intero. Un luogo di riferimento della società che ha a cuore i valori della collettività perché su questo stiamo lavorando. È così anche oggi con l’Unipol Domus, che non è solo uno stadio temporaneo ma è un luogo identitario. Si vive di passione, le squadre stanno bene, i tifosi si divertono. È vero che in tre quarti dello stadio sono scoperti, ma fortunatamente qui non piove spessissimo…

Unipol e l’ad Carlo Cimbri, anche lui mosso dall’affetto per lil Cagliari che dura da bambino. A chi vuole dire grazie per questi anni di attesa?

A tutti i nostri sponsor perché ci sostengono non solo per ritorno economico, ma per appartenenza. La sponsorizzazione è essere parte di un sistema che possiamo, insieme, far funzionare meglio. Sono grato a tutti, da Crai a Doppio Malto ad Aeroitalia, che ha investito sulla squadra e sulla nostra isola, programmando sul territorio.

Qui si viaggia, Presidente. Ci porti nel suo luogo del cuore.

Per un fine settimana a Villasimius, perché è il posto nel quale sto in serenità con mia moglie e dove ho il privilegio di vedere i miei ragazzi che crescono. Mi raccontano dei loro sogni, delle prime fidanzate, i dubbi sul futuro… sto cercando di essere un padre più presente con il più piccolo dei nostri figli. Se invece avessi più tempo, andrei in Argentina. Ci sono stato quindici anni fa e restai impressionato dalle distese immense della Patagonia, dai suoi colori, dal fascino del ghiacciaio, dalla natura, dalla bellezza del tango. Vorrei arrivare al confine con l’Uruguay e andare a pescare sul Rio de Plata con degli amici che abitano lì e che mi invitano da tempo. Godermi la serenità e la lentezza della vita.

Si corre sempre troppo. Anche nel calcio si cambia in fretta, se le cose non vanno. Quanta pazienza serve per costruire, con la pressione di chi chiede continuamente spettacolo e prestazioni?

Ma vede, io invece capisco anche chi vuole spettacolo, intrattenimento puro. Dobbiamo ascoltare anche queste esigenze. Non sono un missionario ma presidente di una squadra di calcio che deve tanto ai tifosi che ogni domenica pretendono la bellezza del calcio. Poi, c’è chi vuole solo divertirsi, e chi invece è più razionale. Io cerco la strategia per gli uni e per altri.

Prima di chiudere, per allenare la sua memoria, una poesia in francese.

Guardi, le faccio una confessione privata. Ho dedicato e recitato a mia moglie Ilaria, durante il nostro matrimonio, i versi di un poeta turco, Nazin Hikmet. Dunque questa la so.

Il Cagliari vincerà ancora lo Scudetto?

E chi lo sa? Se lei conosce la poesia di prima può darsi una bella risposta.

Il più bello dei mari/è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto/I più belli dei nostri giorni/non li abbiamo ancora vissuti/E quello che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.

Esatto.