In un mondo che si sta costruendo sempre più su numeri, algoritmi ed equazioni, c’è una parte della popolazione che secondo allarmi e statistiche nazionali resterebbe esclusa: quella femminile. I dati dicono che le donne laureate nelle materie «STEM» (science, technology, engineering and mathematics) sono poche (16 percento), probabilmente a causa di una cultura atavica che oggi anche noi qui vogliamo sradicare. Gabriella Greison, fisica, scrittrice, attrice e divulgatrice scientifica molto seguita in Italia, sta contribuendo a sovvertire un sistema cercando di trasmettere attraverso i suoi spettacoli e i suoi libri la bellezza della scienza.

A cominciare, dice, dalla meccanica quantistica, la quale ci ha insegnato che non abbiamo niente sotto controllo e che occorrerebbe tornare sempre alla dimensione «dell’umiltà». E scienza e umanità oggi devono più che mai andare indissolubilmente insieme, perché i capricci di presunzione umana e i deliri di onnipotenza stanno mettendo in pericolo la vita di tutti i popoli.

«Le minacce nucleari sono diventate la colla tossica che tiene insieme le relazioni internazionali, una colla che nessuno vuole toccare ma che tutti usano. È un paradosso perfetto: la pace viene garantita dalla possibilità dell’autodistruzione. È la logica del deterrente, eredità diretta di quell’attimo del 1945 in cui il mondo ha scoperto che l’uomo aveva in mano un’energia più potente delle sue stesse intenzioni. Il problema è che la minaccia nucleare non è più soltanto un’arma e quindi non riguarda solo la scienza, ma è diventata un linguaggio, una grammatica del potere. Serve a dire «io posso distruggerti», ma soprattutto «io so che tu sai che io posso farlo». E dunque qui stiamo.

 

Si definisce un elettrone in cerca della traiettoria giusta. Scrive con una penna pesante «perché mi obbliga a dare il peso alle parole. Perché in fondo la fisica non è una materia, ma un modo di guardare il mondo, andare oltre la superficie delle cose». Cammina ininterrottamente nella sua stanza, davanti a una lavagna piena di appunti che cambiano ogni settimana. Sono equazioni, formule e concetti che spera possano prima o poi fornirle la chiave che cerca: «La relazione profonda tra coscienza e universo. È la domanda che più mi affascina, più di tutte: capire cosa significa essere in un cosmo che evolve».

L’oggetto irrinunciabile tra tutti gli altri sparsi e variabili nella sua stanza è un righello identico a quello usato da Paul Dirac, l’autore della formula più bella del mondo perché esteticamente perfetta:  iγ·∂ψ = mψ.

L’equazione che unisce meccanica quantistica e relatività ristretta facendo fare pace a due sistemi incompatibili, e che descrive come si muove e come “gira” un elettrone relativistico rivelando la necessaria esistenza della sua antiparticella. È l’apparizione dell’antimateria: un gioco di simmetrie, bianco e nero, di necessità. Non esiste nulla senza il suo “altro”. Tema legato all’entanglement secondo cui esistono connessioni che resistono alla distanza e al tempo. «È una metafora potentissima: non siamo individui isolati, ma sistemi aperti, continuamente in relazione. Le nostre azioni non finiscono mai dove pensiamo». Come dire, c’è sempre “l’altro” con noi.

Siamo in volo, sopra il nostro aereo si vede il pianeta dall’alto. Che cosa pensa del nostro futuro?

«Penso che siamo in un punto critico ma bellissimo. Abbiamo tutti gli strumenti per salvarci ma non sempre la volontà. Dall’alto c’è la possibilità di vedere che tutto è connesso: energia, clima, risorse, vita. La scienza ci sta dando le mappe, ma il percorso lo dobbiamo scegliere noi».

Fa venire in mente il concetto del libero arbitrio, che esiste nell’essere umano al di là della logica, ben rappresentato oggi dall’intelligenza artificiale che pensa al posto nostro ma senza quella creatività e quell’intuizione che spingevano Einstein a suonare il violino prima ancora di scrivere le sue formule.

«Le idee migliori non arrivano mentre guardi una formula, ma quando ti permetti una deviazione. La musica è una deviazione perfetta perché ti apre zone della mente che la logica da sola non raggiunge».

Allora cosa significa creare nell’epoca degli algoritmi che compongono?

«Significa che dobbiamo chiederci cosa distingue un calcolo da un’emozione. L’intelligenza artificiale può imitare la struttura della musica ma non la sua origine. La musica nasce da un’imperfezione umana: un battito accelerato, un ricordo, una cicatrice. Quella parte non è programmabile».

Quanto è importante per la scienza sapere quando fermarsi?

«È fondamentale. Fermarsi non è paura, è responsabilità. Alcune tecnologie procedono più velocemente della nostra capacità morale di gestirle. Serve una scienza che avanza ma anche una scienza che riflette. Il limite è parte della conoscenza. Io sono la continua ricerca di vertigini, equilibrio e senso, insieme».

Abbiamo introdotto questa conversazione parlando delle donne e della scienza. C’è una donna scienziata dimenticata solo perché donna?

«Gretel Hermann. Ha anticipato discussioni cruciali sulla filosofia della meccanica quantistica; la teoria relazionale della fisica quantistica è la sua, anche se oggi tanti cercano di saccheggiarla e dicono di averla inventata loro. La sua voce è rimasta in ombra perché non apparteneva al canone dominante. Ricordarla non è nostalgia ma un atto di giustizia scientifica».

Cosa la preoccupa delle scoperte scientifiche di oggi?

«La velocità. Troppo spesso l’innovazione corre più delle nostre norme, della nostra etica e della nostra consapevolezza collettiva. Non è tanto la scoperta a rappresentare un pericolo quanto il contesto in cui viene usata».

Abitare il tempo: oggi cosa significa? Considerato che non abbiamo più tempo per niente, soprattutto per noi stessi, e che siamo dentro lavatrici che ci rubano istanti e attenzione.

«Significa scegliere la profondità invece della quantità. Il tempo non è solo ciò che scorre, è ciò che scegliamo di riempire. In un’epoca che ci vuole veloci, evitare il tempo è un atto di resistenza».

L’energia è la moneta del futuro. Qual è la sfida più urgente?

«Produrre energia pulita senza distruggere gli ecosistemi che devono sostenerla. Dobbiamo passare da un modello estrattivo a uno davvero rigenerativo. È la battaglia del secolo».

Perché è così difficile immaginare un’economia circolare?

«Perché veniamo da una cultura lineare: prendi, usa, butta. Serve un cambio mentale prima che tecnologico. La fisica già lo sa: in natura nulla si perde, tutto si trasforma. È l’economia che deve raggiungere la fisica, non il contrario».

Il futuro sarà sulla Terra o nello spazio?

«Spero sulla Terra. Lo spazio è un’avventura meravigliosa ma non deve essere una fuga. La vera sfida è rendere abitabile il nostro pianeta, non abbandonarlo. Potremmo sfruttare davvero ciò che il Sole produce, sì, e dobbiamo farlo meglio. Il Sole è la centrale perfetta: gratuita, affidabile, inesauribile. La tecnologia c’è, manca solo la scala e la volontà politica».

Il suo sogno?

«Continuare a far amare la fisica alle persone che credono di non capirla. È la mia missione da anni e non smetterò».

Ora mi dica, per chiudere, la sua meta del cuore.

«Sono i posti in cui torno a cercare storie, documenti, tracce e respiri lasciati dai fisici che studio per scrivere i miei libri. Sono luoghi che non sono turistici, ma che ti scelgono.

Torno spesso a Cambridge, al Cavendish, perché lì l’aria è piena di scoperte ancora non del tutto sedimentate: ogni volta che apro un faldone negli archivi mi sembra di toccare una particella di storia che vibra ancora.

È un ritorno necessario. C’è poi Princeton, in America, che per me è come un laboratorio diffuso: da porta a porta un’idea, ogni edificio appartiene a una teoria che ha cambiato il mondo. È un cerchio perfetto e io ci entro ogni volta come se fosse la prima.

E poi i teatri sono il mio vero atlante emotivo: ogni città in cui porto uno spettacolo diventa metà del cuore.

E forse la verità è questa: la mia metà del cuore è il luogo in cui ricerca e scena si incontrano, dove un archivio diventa narrazione. È lì che torno sempre, è lì che continuo a tornare».

Vi.Sa.