Se chiudo gli occhi e penso al Mondiale di calcio non mi sorprende un’immagine, ma il ricordo di un suono potente, una ventata di chiasso capace di scompigliare la memoria. È il rumore di migliaia di vuvuzela che soffiano in cielo il loro verso, come fossero piccoli animali di una savana urbana e non strumenti capaci di trasformare in festa il fiato delle tifose e dei tifosi.
Sono passati sedici anni da quel viaggio in Sudafrica per la Coppa del Mondo e lo strillo di quelle trombe, che riempivano gli stadi fino a disturbare le squadre in campo, mi investe come se mi affacciassi ora dalle tribune del Green Point Stadium di Città del Capo. L’occasione era il debutto dei campioni in carica, l’Italia, in un torneo dal sapore civile speciale, perché giocato nella Nazione Arcobaleno, la terra di Mandela che raccontava la speranza di un mondo meno lacerato rispetto a quello di oggi. Quante illusioni allora, compresa quella di vedere sempre una maglia azzurra in una competizione internazionale.
Ma non serve esserci, andare fisicamente nei luoghi del torneo, per sentire davvero una Coppa del Mondo: basta sintonizzarsi sulle frequenze di quell’atmosfera, quell’energia globale che attraversa il pianeta ogni quattro anni. D’altronde il suono della festa, i clacson per le strade, il boato nella casa dei vicini che chissà perché vedono il gol in anticipo rispetto a noi, sono il ricordo più vivido anche del primo Mondiale vissuto da appassionata: era il 1990, e in quelle notti magiche ogni vittoria dell’Italia cancellava il silenzio da qualunque vicolo. In fondo è stato così anche vent’anni fa e ciascuno di noi avrà in mente un’immagine diversa del trionfo della nostra Nazionale: chi un rigore, chi una testata, chi un abbraccio, chi la persona che aveva accanto e che forse oggi non è più nella sua vita, ma il mix di musiche e rumori è lo stesso per tutte e tutti, compreso quel pezzo rock diventato coro da stadio. Insieme sono la colonna sonora di un film che non è solo sportivo ma sociale, in cui non siamo più i protagonisti e neppure comparse, ma di cui non abbiamo dimenticato le battute migliori. Suoni e mondiali, un tutt’uno: d’altronde dell’82 ci rimbomba ancora nel cuore l’urlo di Tardelli. Come ogni assenza, anche quella dell’Italia al Mondiale si porta dietro un silenzio a cui iniziamo ad abituarci, e non resta che riempirla d’altro. Dopo l’ultimo torneo autunnale in Qatar, stavolta l’estate e i suoi viaggi ci vengono in soccorso, offrendoci di nuovo la consolazione di un’orchestra di onde, vento tra i pini, cicale nei giardini, ciotoli calpestati, piazzette affollate, musica nell’aria. Poi però basta un pallone su una spiaggia a ricordarci che ci manca quel suono, il meraviglioso baccano della condivisione, anche quando è delusione, l’autorizzazione non scritta a disturbare insieme la quiete pubblica per un gol, come se ognuna ed ognuno di noi avesse il dovere di contribuire al volume della festa. Si può essere felici anche in silenzio in tanti angoli dell’esistenza, certo, ma non nello spazio vitale dello sport, che fa del rumore la sua musica: che sia un applauso, un urlo, un coro o un semplice tiro, così potente da ricordare un rombo di tuono…
di Veronica Baldaccini
Giornalista Skysport



































