In aereo lo spazio è democratico: poco per tutti.
Il corridoio è stretto, il sedile non si allunga per simpatia, il bracciolo centrale non è materia di espansione territoriale. Per qualche ora si vive molto vicini a perfetti sconosciuti. Ed è sorprendente quanto bene, di solito, funzioni. Il segreto non è un regolamento.
È una forma di intelligenza collettiva. Il bracciolo si negozia in silenzio. Lo schienale si abbassa con la stessa cautela con cui si chiude una porta di notte.
Il bagaglio è “a mano” se davvero può essere sollevato con una mano.
La voce è sempre un tono sotto quello che immaginiamo. Poi ci sono piccole scene ricorrenti. Quello che si alza di scatto appena le ruote toccano terra, come se l’aereo fosse un autobus in fermata.
Quello che comprime la cappelliera con fiducia incrollabile nelle leggi della fisica.
Quello che racconta al telefono, prima del decollo, decisioni strategiche che nessuno aveva chiesto di ascoltare.
Quello che sospira teatralmente durante ogni minima attesa. Sono dettagli.
Ma in pochi metri quadrati i dettagli fanno rumore.



































