Gentile Redazione,
scrivo con un senso di inquietudine che non riesco a scrollarmi di dosso. Ho letto della diffusione di volantini che invitano gli studenti a “segnalare” i professori in base alle loro idee politiche, come se il pensiero fosse un reato da schedare e non una ricchezza da confrontare. A prescindere da ogni appartenenza o simpatia, trovo questo meccanismo profondamente pericoloso.
La storia del nostro Paese ci ha già mostrato dove portano le liste, le etichette, la caccia al “diverso”. Negli anni più bui del Novecento non furono solo le libertà a essere messe a tacere, ma anche le coscienze. Per questo mi colpisce vedere quanto facilmente si rispolverino pratiche che ricordano, anche solo nello spirito, quella stagione di sospetto e delazione.
La scuola dovrebbe essere il luogo del dialogo, del pensiero critico, della pluralità delle voci. Trasformarla in un tribunale ideologico significa tradirne la funzione più profonda. Ai ragazzi vorrei dire: non lasciatevi sedurre da semplificazioni aggressive e da ideologie che dividono il mondo in buoni e cattivi. La libertà non nasce dalla censura, ma dal confronto.
Se abbiamo davvero imparato qualcosa dalla storia, dovremmo saper riconoscere i segnali quando riappaiono, anche in forme nuove. Perché la memoria non è solo un esercizio del passato: è una responsabilità del presente.

Gianluca



































