di Greta Cristini
esperta di geopolitica

L’egemonia statunitense, consolidatasi dopo la vittoria nella Guerra Fredda e fondata sulla supremazia militare, sulla globalizzazione basata sulla primazia del dollaro e sul sistema di alleanze NATO-centrico, è finita. Dentro una struttura di potere che ha perso la sua capacità, e forse volontà, di plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza si muove l’amministrazione Trump. Minor soft power e moral suasion, dunque. Maggior disimpegno, coercizione, transazione. Soffermarsi sulla schizofrenia della politica estera scritta a caratteri maiuscoli su un post di Truth da parte di The Donald è guardare il dito. Distinguere il deficit di potenza organico dell’Impero americano insieme al declino del sistema internazionale “basato sulle regole” è vedere la luna indicata dalla geopolitica. Nel cuore di Washington convivono anime strategiche diverse di cui Donald Trump prova a fare la sintesi in base a scelte congiunturali. Lo zoccolo duro che governa la Casa Bianca fa capo al vicepresidente J.D. Vance. È quello dell’America First, non isolazionista, ma “restrainer”. Ritiene necessario e inevitabile un contenimento strategico all’emisfero occidentale, un ripiego sul continente nordamericano e un focus sulle minacce securitarie che impattano l’ordine pubblico domestico, dalla crisi immigratoria alla frontiera meridionale col Messico, fino alla battaglia culturale con the enemy from within, la deriva socio-politica del movimento woke. Ma gli apparati del potere, dal Pentagono al Dipartimento di Stato, sono puntellati anche da altre sensibilità. Qualche esempio. Il Segretario di Stato Marco Rubio appartiene alla residuale cornice diplomatica più tradizionale dei neocon 2.0, ovvero quelli coscienti di non poter tornare al vecchio paradigma di invincibilità e responsabilità ordinatrice per superiorità morale della fu “Città nella Collina”. Il Sottosegretario alla Difesa per la Politica Elbridge Colby incarna la visione dei China prioritizer, ovvero coloro che, data la limitatezza delle risorse statunitensi, spingono per un riorientamento della postura difensiva americana principalmente verso la competizione in Indo-Pacifico con Pechino. Senza dimenticare il circolo dei consiglieri economici del presidente — dal Segretario al Tesoro Scott Bessent a quello al Commercio Howard Lutnick — focalizzati sulla cautela fiscale, sulla riduzione del debito tramite rinegoziazione di accordi e dazi, sulla reindustrializzazione degli Stati Uniti e sul contrasto alla dipendenza da rivali come la Cina nelle catene del valore strategiche, dai semiconduttori alle terre rare. Pretendere dal presidente un metodo prevedibile, coerente e rassicurante nel definire la strategia americana è forse troppo ottimistico. L’unica guida nel disordine mondiale sembra essere, per questa Casa Bianca, il riconoscimento della legittimità delle sfere di influenza. Almeno per ora. Al di là della boutade leaderistica che dipinge un Trump intento a inseguire il Nobel, l’obiettivo di ottenere “pace attraverso la forza”, dall’Europa al Medio Oriente, è impraticabile. In una fase in cui gli Stati Uniti perdono credibilità per l’erosione del loro potere di deterrenza, l’attuale amministrazione non può che agire in modo reattivo, incapace di governare la politica estera con visione proattiva. L’erraticità delle dichiarazioni di Trump è il prodotto di una potenza in declino, che fatica a gestire crisi e guerre. Oggi qualsiasi amministrazione USA può solo rispondere tatticamente, senza grandi strategie. Dopo Trump non emergerà un presidente capace di ricostruire un ordine globale occidentale stabile e condiviso. Manca la volontà interna di imporsi e, all’esterno, la percezione della forza americana. Le alleanze sono fragili, basate su interessi più che valori, e gli impegni sono incerti. Intanto Pechino consolida hard e soft power, e attori regionali come Arabia Saudita, India e Turchia approfittano dello scontro tra egemonie per diversificare le proprie intese. Ancora lucido ma sanguinante, il sistema americano prova a prendere tempo. Tregue, bracci di ferro, cessate-il-fuoco, accordi. In vista di una ricostituzione? Per evitare di rivelare il bluff dell’insolvibilità? Non lo sappiamo. È l’interregno in cui viviamo, e Trump ne è l’espressione più compiuta.