Ci sono vestiti che, da soli, non funzionano. Colori che non si parlano, fantasie che si scontrano, accostamenti che sembrano sbagliati ancora prima di essere indossati. Il fucsia sul maculato. Una giacca ocra con gli stivali argento, il pitonato su un vestito blu. Sulla carta non stanno insieme. Eppure, a un certo punto, li vedi addosso a qualcuno e funzionano. Non diventano belli, non si trasformano, smettono semplicemente di essere un problema. È una cosa difficile da spiegare, ma immediata da riconoscere. Succede nella serie Imma Tataranni – Sostituto procuratore. Gli abiti della protagonista sono spesso al limite: stampe forti, accostamenti azzardati, scelte che su una gruccia difficilmente convincerebbero. Eppure, sulla pm non stonano mai, perché sono suoi, perché la protagonista ha un modo di stare dentro ai vestiti che cambia tutto. Li tiene insieme, li rende credibili, li porta esattamente dove devono stare.
“Il brutto che funziona non è casuale, è sostenuto. E forse è anche più difficile del bello: perché il bello aiuta, accompagna, mette d’accordo. Il brutto, invece, espone, richiede una scelta. E una volta fatta, si vede subito.”
Fe. Pe.



































